Antitrust, web tax, Cina: anche a Davos nessun risultato

Eugenio Cau

Trump ci minaccia ancora di dazi, ma intanto le riforme globali sulla tecnologia sono ferme

Milano. Ieri Steven Mnuchin, il segretario del Tesoro americano, in un’intervista al Wall Street Journal a margine dei lavori del World Economic Forum di Davos ha minacciato l’Italia di dazi – per l’ennesima volta. Mnuchin ha detto che se l’Italia e il Regno Unito proseguiranno nel loro intento di applicare una web tax sui giganti tecnologici americani, li attendono “i dazi del presidente Trump”. Abbiamo già vissuto questa scena, l’Amministrazione americana ha minacciato più e più volte l’Italia per la sua web tax, ma ieri Mnuchin rinnovava le sue minacce fresco di una vittoria recente sul presidente francese Emmanuel Macron, che l’anno scorso con la sua proposta di web tax in Francia aveva fatto da apripista europeo, ma lunedì sera ha ceduto alla minaccia di dazi. Dopo una telefonata con Trump, Macron ha annunciato che la web tax che il Parlamento francese aveva approvato a luglio del 2019 sarà sospesa per un anno, in attesa di trovare un accordo internazionale. In cambio, Trump ha sospeso i dazi su champagne, formaggi e prodotti di lusso. 

 

  

Dopo la rinuncia di Macron, anche la web tax italiana, che teoricamente è in vigore dall’inizio dell’anno, e quella britannica traballano. Ieri il premier Boris Johnson ha detto che Londra aspira a un accordo internazionale e non a fare da sé, e insomma: sulla questione della tassazione equa di Big Tech rischiamo di tornare indietro di due-tre anni. Lo stesso vale per molti altri temi importanti che riguardano la regolamentazione di Big Tech, di cui si discuterà ampiamente a Davos come se n’è discusso negli ultimi anni: con molta partecipazione e scarsi risultati.

 

A Davos uno dei temi principali si chiama “Tech for Good”, ed è tutto un gran parlare di responsabilità e di regolamentazione. Tra gli ospiti c’è Rohit Chopra, commissario della Ftc americana che si occupa di Antitrust, che oggi terrà una sessione dedicata proprio ad Antitrust e regolamentazione della tecnologia. Sul Financial Times la giornalista Rana Foroohar ha scritto che una delle ragioni principali della partecipazione della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen al Forum è quello di parlare “della necessità di ridurre il potere di giganti della Silicon Valley come Google e Facebook” (Foroohar ha scritto un libro uscito qualche settimana fa che invoca la medesima necessità). In agenda ci sono ovviamente anche problemi annosi come la regolamentazione del 5G e il protezionismo tecnologico.

 

Ma se tutti questi problemi li mettiamo in fila, scopriremo presto che, nonostante il gran parlare che se ne fa in consessi come quello di Davos, i progressi sono scarsi o nulli, e si continua da anni a girare attorno agli stessi argomenti senza venirne mai a capo. Della tassazione a Big Tech si è detto: Macron e gli europei ci stanno provando, ma ci sono ottime probabilità che l’intervento di Trump riporterà tutto indietro di qualche anno. Di azioni Antitrust si parla da anni, due diverse agenzie federali americane (tra cui la sopracitata Ftc) hanno aperto numerose indagini, e in campo politico il consenso è quasi bipartisan. Il 2019 in America avrebbe dovuto essere l’anno dell’Antitrust ma non lo è stato, difficilmente il 2020 farà meglio. L’Antitrust europeo è certo più attivo, grazie al lavoro della commissaria e ora vicepresidente Ue Margrethe Vestager, ma per forza di cose meno efficace. Anche le dispute tecnologiche tra Stati Uniti e Cina sono state in un certo senso messe a tacere dalla prima fase di accordo commerciale raggiunta negli scorsi giorni: alcune aziende tech americane come Micron, i cui brevetti erano stati rubati da concorrenti cinesi, hanno sperato invano che la trade war le avrebbe ripagate della proprietà intellettuale perduta.

 

Così ci troviamo nella condizione ironica in cui, davanti ai regolatori inermi, sono gli stessi titani della tecnologia a chiedere una regolamentazione. L’anno scorso lo ha fatto Mark Zuckerberg di Facebook, e un paio di giorni fa l’ha fatto Sundar Pichai di Google, che ha chiesto regole sull’intelligenza artificiale. Indipendentemente dagli schieramenti e dalle ideologie, nuove regole per la tecnologia sono necessarie e urgenti, ma da qualche anno dai parlamenti, dalle cancellerie e dai grandi consessi come Davos arrivano soltanto chiacchiere.

Di più su questi argomenti:
  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.