Imprese oltre gli stati. Che ci va a fare a Davos, con Bonomi, il modello Milano

Renzo Rosati

Mentre le imprese del mondo si dirigono verso la quarta rivoluzione industriale, quelle italiane non vogliono restare a guardare

Se il World Economic Forum di Davos, da oggi per quattro giorni, promette di essere stavolta un confronto hard di geopolitica e relativi interessi – Donald Trump è atteso a differenza di David Cameron e dei ministri inglesi – anziché la passerella che è stata spesso per 50 anni, anche le aziende italiane cercano di essere presenti più per fare che per dire. Così oltre ai 53 capi di stato e di governo e ai 600 conferenzieri e attivisti, la rappresentanza italiana sarà guidata politicamente da Giuseppe Conte mentre per il mondo imprenditoriale andrà tra gli altri il presidente di Assolombarda Carlo Bonomi, anche probabile candidato alla presidenza di Confindustria. Bonomi dovrebbe incontrare il possibile antagonista Andrea Illy e andrà a stringere accordi per inserire le industrie italiane nella rivoluzione globale di Industria 4.0, in attesa che la politica, compresa quella europea (ci sarà Ursula von der Leyen), decida se stare più con la Casa Bianca o con la Cina.

 

 

Con il Wef, Bonomi ha firmato un accordo triennale di collaborazione che, dice Assolombarda, “permetterà di costruire un percorso sulla manifattura avanzata incentrato su due obiettivi: avvicinare le imprese italiane alle best practice internazionali e valorizzare le numerose eccellenze del Paese; e ridare al sistema produttivo italiano, seconda potenza europea e la settima mondiale in termini di manifatturiero, il ruolo che gli spetta”. Il contesto, secondo la principale associazione imprenditoriale, è caratterizzato da due elementi: “La velocità e la pervasività delle tecnologie digitali stanno ridisegnando le catene di produzione e i modelli di business delle imprese a livello mondiale. Le imprese più competitive e che crescono hanno due caratteristiche: sono integrate nelle catene globali del valore e sono innovative, in particolare sui settori di frontiera, grazie alle opportunità legate al 4.0”. Secondo: “Il baricentro dell’innovazione è in continua evoluzione, sempre più spostato ad est verso le potenze asiatiche. Dal 2018 il Wef ha identificato 44 fabbriche del futuro nel Global lighthouse network, una rete di impianti tanto all’avanguardia teconologica, operativa e ambientale da essere considerati fari a livello mondiale. Di queste 44, ben 20 sono in Asia (di cui 12 in Cina), 15 in Europa di cui solo 2 in Italia (Rold di Cerro Maggiore e Bayer di Garbagnate) e 5 in Germania, 5 negli Usa, 4 in Medio oriente. La presenza cinese è dominante e L’Italia non deve abdicare a questa sfida”. In altri termini questa parte di imprenditori non intende fare da spettatrice in una diatriba Cina-Usa, che passi sulla loro testa.

 

 

Magari l’esperienza tutta italiana della Tav nel 2019 è servita da monito a prendere le distanze dai giochi politici. “Costruire un’agenda di priorità dei prossimi anni è un atto di responsabilità per rilanciare e guidare il futuro economico e sociale del paese” dice Bonomi. “E’ il momento di agire. Più del 70 per cento delle imprese nel mondo sta attraversando la transizione verso la quarta rivoluzione industriale”. Su questo il modello Milano può essere un buon esempio da esportare anche fuori dall’Italia.

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