Putin per sempre

Micol Flammini

Il presidente russo annuncia una modifica storica della Costituzione. Le dimissioni del premier Medvedev

Roma. Prima di lasciare Dmitri Medvedev, Vladimir Putin ha detto: “Non tutto è stato fatto, è ovvio, ma non tutto riesce sempre in modo completo”. Capro espiatorio di Vladimir Putin dal 2008, prima presidente della Federazione russa, poi primo ministro, Medvedev se ne va e la strada per il grande cambiamento dell’assetto costituzionale russo passa dalle sue dimissioni, accettate in fretta e già concordate dal capo del Cremlino. Mercoledì, davanti all’Assemblea federale, Putin ha annunciato che ci saranno dei cambiamenti costituzionali, chiederà anche ai russi cosa ne pensano con un referendum, l’ultimo referendum costituzionale era stato nel 1993, e ha già detto cosa intende modificare. Lo ha detto dall’aula blu in cui teneva il suo discorso annuale, lo ha detto dai televisori dei russi e lo ha detto dalle strade, perché questa volta, che non sarebbe stato un discorso come gli altri, si era capito anche dalla regia. Per le strade, dalle facciate dei palazzi più alti veniva proiettata la faccia del presidente, la faccia che i russi vedono da vent’anni. Chiunque in Russia ieri doveva capire che stava succedendo qualcosa di diverso. Vladimir Putin vuole cambiare l’articolo della Costituzione che regola i rapporti tra il presidente, la Duma e il governo. Secondo le modifiche proposte dal capo del Cremlino dovrebbe essere il Parlamento a scegliere il primo ministro e i membri del governo e non più il presidente al quale rimarrebbe però la facoltà di destituire il primo ministro e di nominare alcuni ministri, come quello della Difesa. La Russia “rimarrà fortemente presidenziale”, ha assicurato Putin. “Nessun dramma”, ha detto Dmitri Kiselev, il volto della televisione putiniana, “Il presidente ha bisogno di una nuova squadra. Al governo uscente è stata data una possibilità dopo il messaggio dell’anno scorso quando Putin ha detto che una crescita economica sopra la media mondiale è la condizione indispensabile per la sopravvivenza della Russia”. E l’economia russa è sempre più fragile, gli impegni internazionali della nazione crescono, le spese per la difesa sono elevate, la povertà è in aumento e i russi hanno più volte manifestato il loro scontento.

  

Durante il filo diretto con gli elettori dello scorso giugno, l’appuntamento annuale che il presidente ha con i russi da diciassette anni, Putin aveva dato la colpa delle difficili condizioni economiche dei suoi cittadini alle sanzioni occidentali, votate da America e Unione europea dopo l’annessione illegittima della Crimea nel 2014. Le guerre costano e l’isolazionismo anche, e se il putinismo vuole sopravvivere al suo creatore deve trovare una soluzione. E’ arrivata così l’idea di una nuova squadra e di una nuova Costituzione. Come primo ministro, al posto di Medvedev, che retrocesso al ruolo di vicesegretario al Consiglio di sicurezza ha commentato “il presidente deve essere libero di muoversi senza ostacoli per la nuova Costituzione”, Putin ha proposto Mikhail Mishustin, capo del Servizio fiscale, che dovrà essere approvato dalla Duma. Mishustin è nella squadra del capo del Cremlino dal 2010, non è tra i volti più noti né tra i suoi fedelissimi, ma è suo compagno di hockey. A Putin serviva un personaggio così, un tecnocrate con poca ambizione politica, disposto a rimanere in carica il tempo necessario per fare le riforme volute dal presidente. Un Medvedev, premier debole, ma che non fosse Medvedev, non odiato dai russi né dalle élite russe e Mishustin sembra essere perfetto. In pochi fino a ieri conoscevano il suo nome, tranne la direttrice di Russia Today, Margarita Simonyan, che entusiasta l’ha definito un esempio di “chiarezza, professionalità, e decenza”. Per altri invece era noto per la sua rivoluzione dell’amministrazione fiscale in Russia. Vladimir Putin ha detto che non sarà necessario creare una Costituzione completamente nuova, basterà modificare qualche articolo. Tra i cambiamenti ha anche proposto di aggiungere una misura che impedirebbe di dare la priorità assoluta al diritto internazionale rispetto al diritto russo, la supremazia del diritto internazionale è attualmente iscritta nell’articolo 15 della Costituzione.

  

Ma l’attenzione è tutta rivolta al nuovo assetto istituzionale e agli escamotage che il presidente vuole trovare per mantenere il controllo, tenendosi, formalmente, fuori dal Cremlino. Oltre ad ampliare i poteri della Duma, la Camera bassa del Parlamento, il presidente vorrebbe conferire lo status di organo costituzionale al Consiglio di stato, un’istituzione finora consultiva creata nel 2000. Ha garantito che la carica di presidente non potrà essere assegnata per più di due volte, escludendo la possibilità di un suo terzo mandato dopo il 2024. Putin ha 67 anni e alcuni analisti avevano ipotizzato che cercasse la soluzione proponendosi come presidente di una nuova struttura nazionale, formata dalla Russia e dalla vicina Bielorussia. Accorpare un nuovo stato a Mosca avrebbe comportato un cambiamento della Costituzione, ma l’annessione di uno stato vicino, come è successo sei anni fa con la Crimea, avrebbe portato una pressione internazionale maggiore. Putin si sta quindi ritagliando un nuovo posto, probabilmente non sarà un terzo mandato consecutivo, lo esporrebbe a troppe critiche e in questi anni la sua popolarità ha perso molti punti. Ieri il presidente ha dato il via alla transizione e l’ha iniziata prima del previsto, quattro anni prima dello scadere del suo mandato. Secondo Tatiana Stanovaya del think tank R.Politik, l’obiettivo del presidente è preparare il paese al ritorno della “democrazia in tandem”, come aveva già fatto nel 2008 con Dmitri Medvedev, (un capo di stato debole che gli ha consentito di comandare il Cremlino da premier), ma da una posizione diversa. Putin si sta apprestando a lasciare la presidenza e sta cercando di creare un meccanismo di sicurezza, di sopravvivenza, magari non più dal governo ma proprio dal Consiglio di stato che nel suo disegno otterrà maggiori poteri e diventerà un organo decisionale importante.

 

Putin è pronto a governare con altri mezzi allo scadere del suo quarto mandato, il secondo consecutivo, la riforma comprende anche una maggiore centralizzazione del potere, di un “sistema unificato” che si estende dal Cremlino ai comuni e l’annuncio di ieri risponde in parte alla domanda che dalla sua vittoria nel marzo del 2018 tutti continuavano a farsi: cosa farà il presidente dopo il 2024? Rimarrà. Non da presidente, ma sta costruendo la sua nuova piattaforma del potere.

 

Ieri Vladimir Putin ha voluto fare una “rivoluzione dall’alto”, come titolava in un pezzo Ria Novosti, ha mostrato la strada che lo porterà a mantenere la sua influenza. Fino a quando Mishustin non formerà la nuova squadra di governo i vecchi ministri rimarranno in carica, sembra difficile immaginare che il capo del Cremlino voglia sbarazzarsi anche dei suoi Sergei, Lavrov e Shoigu, rispettivamente ministri degli Esteri e della Difesa, però intanto dalla Cecenia anche il fedelissimo governatore Ramzan Kadyrov ha lasciato il suo posto, lo ha fatto temporaneamente e non si sa se sia una decisione collegata agli annunci del presidente, ma la notizia è importante. La riforma verrà poi sottoposta a un referendum, forse a settembre, hanno detto dalla commissione elettorale. Vladimir Putin rimarrà stretto alla Russia. O da premier, o da leader di Russia Unita, o da capo del Consiglio di stato, la modifica della Costituzione servirà a far rimanere in piedi la struttura che ha costruito in vent’anni, a far sopravvivere il tessuto del putinismo alla sua presidenza.

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