Whatsappa l'ambasciatore

Francesco Maselli

Come funziona la diplomazia ai tempi delle app (vedi i gruppi Whatsapp). A Londra è successo un disastro. Gentiloni si salvava perché scriveva su carta

Non riteniamo che questa Amministrazione possa diventare sostanzialmente normale, meno disfunzionale, meno imprevedibile, meno faziosa, meno maldestra e inetta diplomaticamente”. L’autore del giudizio è Sir Kim Darroch, ex ambasciatore britannico a Washington; il destinatario è Donald Trump e la sua Amministrazione. Come mai noi possiamo leggerlo? Il giudizio di Darroch non era pubblico, ma contenuto in un telegramma confidenziale inviato a Londra per descrivere il funzionamento dell’Amministrazione con cui, per portare avanti il suo lavoro, l’ambasciatore doveva interloquire. Il telegramma, insieme ad altri documenti, è stato pubblicato dal Daily Mail lo scorso 7 luglio, e ha causato le dimissioni di Darroch, che ha lasciato il suo posto il 10 luglio dopo essere stato duramente attaccato da Donald Trump e allo stesso tempo poco difeso dal suo futuro primo ministro, Boris Johnson. Ispirato da quanto accaduto l’Atlantic ha pubblicato un lungo articolo per capire se e in che modo i leak stanno cambiando il modo in cui parlano i diplomatici. La fuga di notizie pone in effetti una serie di questioni sui mezzi di comunicazione, sul registro linguistico da tenere nei telegrammi, e anche sul ruolo dei diplomatici in sé. Il Foglio ne ha discusso con alcuni diplomatici ed ex diplomatici italiani, che hanno accettato di inquadrare la questione per noi ma hanno chiesto di non essere citati, per evidenti ragioni di opportunità.

 

In Italia le comunicazioni segretissime arrivano al ministro degli Esteri in una busta sigillata consegnata a mano. Ma è raro

Per capire meglio, abbiamo contattato anche Michel Duclos, ex ambasciatore francese in Svizzera e Siria, oggi consigliere speciale dell’Institut Montaigne, che ci ha spiegato come il linguaggio utilizzato da Darroch può sembrare inusuale e troppo diretto, probabilmente frutto del peso dei nuovi mezzi di comunicazione, molto più informali e immediati, che inevitabilmente influenzano il registro degli scambi ufficiali tra il diplomatico e i suoi superiori politici. Tuttavia, ci dice Duclos, le affermazioni di Darroch vanno contestualizzate anche alla luce di ciò che si proponeva di ottenere. In altre parole, quando un ambasciatore comunica con la sua capitale, deve saper toccare le corde giuste per rendere più efficace il suo messaggio: “I diplomatici scrivono per dire la verità, o almeno quella che loro percepiscono come tale. Spesso la verità è presentata per far passare meglio un messaggio: se un diplomatico presenta le informazioni in un modo da innervosire la propria autorità causando una reazione non voluta, il messaggio è controproducente. Lo stesso fatto può essere presentato in modo più dolce o più crudo anche rispetto alla sensibilità di chi si trova dall’altra parte”. E’ allo stesso tempo vero che i ministeri degli Esteri si attendono franchezza dai loro funzionari, che sono inviati in altre capitali proprio per tastare il polso e riportare eventuali divisioni interne ai governi locali, personalità dei decisori politici, loro modus operandi, le loro manie e i rapporti privilegiati che intrattengono con attori esterni alla politica istituzionale ma influenti. Anche perché, fanno notare molti dei nostri interlocutori, l’ambasciatore svolge ormai un profondo lavoro di analisi, il suo ruolo è mutato e gli è richiesto di avere una comprensione politica molto fine del paese nel quale è assegnato: “La cronaca è data per scontata, il valore aggiunto viene dato dalle analisi. Per certi versi la qualità di ciò che scriviamo è più alta, perché la Farnesina è già al corrente dei fatti di cronaca”, ci spiega una delle nostre fonti.

 

Secondo Tom McTague e Prashant Rao dell’Atlantic, l’utilizzo di WhatsApp e delle email è molto pervasivo. Questi nuovi strumenti, che hanno il vantaggio di connettere gli interlocutori in tempo reale e senza barriere formali, sono diventati spesso il supporto per discutere di questioni anche molto rilevanti per l’interesse nazionale. “Informazioni sensibili, che precedentemente sarebbero state inserite in cables, adesso vengono copiate e incollate in messaggi WhatsApp e distribuiti in piccoli circoli di funzionari fidati; comunicazioni importanti sono condivise con email private al di fuori dei sistemi di sorveglianza; computer portatili consegnati dal governo sono spesso abbandonati a favore dell’anonimato delle stazioni computer degli aeroporti per comunicare con governi stranieri nei momenti di crisi”. Insomma, uno spaccato disfunzionale che una delle nostre fonti tende a smorzare. In primo luogo perché, almeno per quanto riguarda la diplomazia italiana, il telegramma resta lo strumento principe per informare il ministro su quanto accade nel paese a cui il diplomatico è assegnato. E in secondo luogo, anche se le preoccupazioni sulla pericolosità di scambiare informazioni sensibili al di fuori della rete protetta dei ministeri degli Esteri hanno il loro fondamento, molte app sono criptate, e soprattutto questo tipo di comunicazioni sono meno esaurienti. Il ragionamento è il seguente: se ci concentriamo sugli attacchi informatici condotti da entità esterne, ci si accorge che è proprio il sistema istituzionale a essere colpito. Anche perché, spiega un diplomatico italiano: “La comunicazione via WhatsApp è utilizzata perché immediata e agile, ma è per sua natura piuttosto scarna. Se una potenza straniera malintenzionata vuole comprendere a fondo i meccanismi decisionali di uno stato rivale, è molto più interessata a leggere i documenti ufficiali che a leggere gli sms del ministro degli Esteri. Se ci si limita a guardare un fugace scambio su WhatsApp non si ha idea del processo, della catena di comando, di chi ha contribuito a prendere quella determinata decisione e con quali motivazioni. La diplomazia si fonda su analisi, ragionamenti, intuizioni. Tutto ciò negli sms non si trova”. Ci si chiede, dunque, se le rivelazioni del Daily Mail che hanno portato Darroch a dimettersi siano frutto di un attacco di una potenza ostile o se il leak provenga dall’interno, e che quindi qualcuno abbia avuto interesse a mettere in difficoltà il governo britannico, considerato troppo timido nei confronti di Washington, o colpire l’ambasciatore stesso. E’ più probabile, concordano molte nostre fonti, che si tratti di un inside job, visto il periodo molto particolare che sta attraversando il Regno Unito. La dicitura del telegramma inviato da Darroch, pubblicata dal Daily Mail, era d’altronde “strictly limited”. Molto difficile che sia stata intercettata. In ogni caso, la polizia di Londra ha aperto un’indagine, ma risalire ai responsabili del leak non è mai semplice.

Ormai le app sui telefonini sono tutte criptate e anche se una potenza straniera leggesse i messaggini: conta altro in realtà

 
Il Daily Mail sostiene che il tono e gli argomenti utilizzati dall’ambasciatore mostrino come “la Brexit abbia politicizzato molti mandarini. Esistono funzionari che appoggiano privatamente Brexit che accusano il Civil Service di stare provando a impedire che il Regno Unito lasci l’Unione europea”. Secondo Michel Duclos, negli ultimi tempi, la quantità di fuga di notizie che coinvolgono le due grandi diplomazie europee, quelle di Francia e Regno Unito, mostra come la polarizzazione interna alle alte amministrazioni abbia raggiunto livelli mai visti prima: “L’amministrazione riflette la società, se questa è sempre più divisa e attraversata da tendenze centrifughe, l’apparato statale difficilmente può rimanerne immune per sempre. Prima la pubblica amministrazione era più omogenea, ragionava in modo unitario. Tutto ciò è cambiato”. La questione in effetti è quasi filosofica, continua il diplomatico francese: “Oggi cominciamo a chiederci cosa sia più utile per la raison d’Etat: i diplomatici europei devono restare degli alti funzionari molto discreti, che fanno parlare di sé il meno possibile, oppure aderire al modello americano, che invece li inquadra come dei portavoce molto impegnati? Io sono per il primo modello, perché è parte della nostra cultura diplomatica, ma mi rendo conto che il mondo è cambiato, insomma se ne può discutere”.
 
 
Questa polarizzazione è meno evidente nella diplomazia italiana, ancora considerata omogenea e relativamente meno esposta. La gran parte dei nostri diplomatici non è particolarmente a proprio agio con i social media, e in generale è piuttosto restia a comunicare con la stampa: “Ed è un errore, nella misura in cui il diplomatico spiega ai giornalisti il contesto di una determinata decisione di politica estera. Siamo forse ancora troppo chiusi, mentre un ruolo più attivo da parte nostra sarebbe salutare per raccontare meglio come difendiamo l’interesse nazionale: anche perché, diciamolo, noi italiani abbiamo la tendenza a piangerci addosso”, osserva un diplomatico molto esperto con cui ci siamo confrontati.
 

L’ambasciatore inglese in America si è dimesso perché i suoi dispacci anti Trump sono trapelati. Un probabile inside job

 
Qual è lo strumento che utilizzano i funzionari del ministero degli Esteri per comunicare tra loro? Per i report ufficiali e più ragionati i diplomatici scrivono dei telegrammi che, a seconda della sensibilità delle informazioni, possono essere cifrati o meno. Il telegramma viaggia di per sé su un sistema informatico protetto e chiuso, ma per ovvie ragioni di velocità delle comunicazioni non tutti i report che gli ambasciatori inviano a Roma, o che Roma invia alle ambasciate italiane nel mondo, sono cifrati. Non sarebbe più semplice e sicuro, al fine di proteggere le informazioni, utilizzare sempre un sistema di cifratura, a prescindere dal contenuto del messaggio? Le cose non sono così semplici e lineari, ci spiegano i nostri interlocutori, perché esistono più livelli di criptaggio e perché un messaggio altamente confidenziale(quindi al massimo livello di segretezza), per essere decriptato, ha bisogno del funzionario competente, che poi deve consegnare la comunicazione al ministro, a mano e in una busta sigillata. Il processo è lento e gravoso: impegna risorse di personale che potrebbero essere destinate altrove; inoltre qualora il destinatario non fosse presente in sede, non potrebbe essere raggiunto ovunque dall’informazione confidenziale. Insomma, osservano le nostre fonti, anche in virtù della natura della politica estera condotta dall’Italia e del tipo di informazioni che i nostri diplomatici maneggiano, l’arrivo di un telegramma segretissimo e cifrato non è prassi quotidiana. La nostra attività diplomatica non è paragonabile a quella russa o americana, per intenderci, ma nemmeno a quella francese o britannica.
 
 
Il tipo di comunicazione con il ministro dipende, chiaramente, anche dalle abitudini del ministro degli Esteri in carica. Angelino Alfano tendeva a leggere poco, e un ottimo modo per aggiornarlo sulle situazioni era viaggiare al suo seguito: “I tanto vituperati voli di Stato servono anche a questo, il viaggio in aereo è un momento per intercettare un ministro che tende a stare poco alla Farnesina, anche perché è molto probabile che in quel momento sia accompagnato dai suoi consiglieri più importanti”, ci spiega una nostra fonte. Paolo Gentiloni, invece, al ministero era più presente, e utilizzava pochissimo le email. Tanto che, quando nel 2016 il Guardian rivelò che il sistema di comunicazione della Farnesina era stato attaccato e compromesso per 4 mesi (non quello criptato, ma soltanto l’ordinario), probabilmente da hacker riconducibili al governo russo, l’entourage del ministro poi diventato presidente del Consiglio si affrettò a spiegare che alcuna corrispondenza riservata era stata intercettata, anche perché Gentiloni aveva l’abitudine di comunicare velocemente per sms e in forma più estesa su carta. Alla storia dedicò un lungo articolo Monica Guerzoni, sul Corriere della Sera: “Usa lo smartphone come fosse uno dei primi telefoni cellulari e se deve inviare messaggi importanti ai ministri e ai collaboratori, o comunque all’interno del palazzo, preferisce scrivere a mano su un foglio di carta. Un modo un po’ ‘antico’ di comunicare, che fa parte del suo stile e della sua generazione e che, magari involontariamente, ha rafforzato la sicurezza delle informazioni diplomatiche”. In ogni caso, insiste una nostra fonte, la comunicazione quotidiana e immediata avviene ormai prevalentemente via WhatsApp, anche con i più alti interlocutori politici. Certo, per le analisi più profonde, il telegramma rimane imprescindibile.
 
 

Ormai gli ambasciatori devono essere fini analisti, la Farnesina ha già le notizie, si aspetta elementi in più da chi è sul posto

Dal punto di vista della sicurezza nazionale, ciò che pone più problemi è la diffusione di telegrammi altamente confidenziali. Ciò che invece l’utilizzo di WhatsApp e email private o istituzionali pregiudica, è la costituzione di un archivio, ci spiega un ex diplomatico italiano: “Quando gli storici del futuro vorranno documentarsi su questo periodo avranno un’enorme difficoltà. Se molte comunicazioni ufficiali o dati utili per ricostruire determinate decisioni vengono scambiati via email o sms, poi vanno perse. Anche senza arrivare a WhatsApp, limitiamoci alle email istituzionali dei diplomatici: chi si prende il compito di scaricare, leggere e archiviare tutta la corrispondenza dei funzionari della Farnesina? Sarebbe impossibile”.
 
 
A partire dal 28 novembre 2010, l’organizzazione WikiLeaks guidata da Julian Assange ha cominciato a rilasciare decine di migliaia di documenti riservati inviati dalle ambasciate americane al dipartimento di Stato dal 1966 al 2010. Per la diplomazia fu un duro colpo. Chiediamo quindi a Michel Duclos quanto ha cambiato il modo di comportarsi da parte dei diplomatici: “Le dirò una cosa che forse sorprenderà, ma per il nostro mestiere quei documenti hanno rappresentato una sorta di ‘vendetta’. Le opinioni pubbliche occidentali erano molto critiche nei confronti degli ambasciatori, venivamo accusati di lavorare poco, e si diceva con sempre maggiore insistenza che il nostro mestiere fosse superato, che la comunicazione immediata ci avesse reso obsoleti. La mole di documenti rivelati ha dimostrato esattamente il contrario. Ha anche fatto emergere la nostra disciplina e la cura dei dettagli, ha fatto comprendere quanto avere dei diplomatici ben formati sia utile all’interesse nazionale dei nostri paesi”. Certo, concede Duclos, “i ministeri degli Esteri hanno riorganizzato le proprie procedure, e hanno raccomandato i propri funzionari di essere più prudenti”. Ma allo stesso tempo, continua il diplomatico francese, il mestiere ha compreso che internet può essere utilizzato con profitto, in particolare alcuni social media. Twitter, in particolare, è molto apprezzato dalla diplomazia francese: utilizzato in larga parte dagli addetti ai lavori, ha in parte rimpiazzato il ruolo delle agenzie, ed è diventato uno dei mezzi preferiti per comunicare posizioni ufficiali. Ecco perché, almeno il Quai d’Orsay, ha incoraggiato gli ambasciatori a utilizzarlo, e ad accompagnare anche in modo anche molto personale le posizioni ufficiali della diplomazia francese.
 
 
A condizione di non imitare il momentaneo inquilino della Casa Bianca.