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Perché le donazioni per Notre-Dame fan tanto discutere?

I ricchi, il regime fiscale francese e la filantropia. Un confronto

23 Aprile 2019 alle 06:09

Perché le donazioni per Notre-Dame fan tanto discutere?

Foto LaPresse

Milano. La polemica è iniziata subito: tanti soldi per ricostruire Notre-Dame e tutto il resto, le altre emergenze sociali, perché tanta solidarietà per una chiesa in fiamme e non per le altre questioni più urgenti, più sistemiche, più profonde? “Non è morto nessuno” è diventato il ritornello di chi s’aspetta che l’interesse collettivo che muove la comunità sia determinato da altre priorità, e nella piazza dei gilet gialli che si è riunita ancora sabato come da settimane è risuonato ancora più forte: se Emmanuel Macron avesse risposto alle nostre esigenze con la rapidità con cui ha messo in piedi la ricostruzione di Notre-Dame, non saremmo più qui a protestare, dicevano molti, facendo sembrare anche la solidarietà un nuovo motivo di accusa nei confronti del presidente francese.

 

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A parte che i gilet gialli sembrano insaziabili – non c’è passo verso di loro che non sia catalogato come: briciole – la ricostruzione di Notre-Dame è diventata motivo di infinite polemiche. Al fondo c’è un pregiudizio negativo nei confronti della ricchezza – pregiudizio radicatosi nel tempo e diventato poi ritornello dell’intera retorica antisistema – ma le ripercussioni di questa polemica hanno anche a fare con il regime fiscale delle donazioni. Nella Francia della burocrazia e delle istituzioni elefantiache, le donazioni godono di deduzioni molto marcate, il che significa che il sistema francese incoraggia le donazioni. In generale, non soltanto per Notre-Dame. La legge Aillagon, che prende il nome del ministro della Cultura che c’era quando è stata introdotta, nel 2003 (Jean-Jacques Aillagon, gollista chiracchiano), stabilisce il regime delle donazioni a patto che vengano fatte a organismi riconosciuti dallo stato come “difensori dell’interesse collettivo”. Le persone fisiche beneficiano di una riduzione d’imposta sui redditi pari al 66 per cento del totale della donazione, sempre dentro al limite del 20 per cento del reddito imponibile. Per i redditi più alti, che beneficiano dell’imposta Ifi (la tassa sui beni immobiliari) introdotta da Macron, la detrazione arriva fino al 75 per cento dell’ammontare della donazione. Per le aziende, il credito d’imposta è del 60 per cento della donazione con un plafond previsto dello 0,5 per cento del giro d’affari dichiarato in Francia. In Italia le erogazioni liberali dirette alle onlus sono regolamentare dal d.l. 14/03/2005, che prevede il 10 per cento di deducibilità dal reddito imponibile con un massimo di 70 mila euro. E’ possibile anche seguire la strada delle detrazioni (le due strade sono alternative) che è prevista dal Tuir, e che è pari al 26 per cento per le donazioni fino a 30 mila euro, ma per i redditi medio-alti non è appetibile, cioè non è incoraggiante.

 

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Se in Francia le donazioni sono incoraggiate, c’è però un costo netto per lo stato: il dispositivo del 2003 può avere un grande impatto sulle casse dello stato, e infatti secondo il rapporto della Corte dei conti del 2018, è costato 930 milioni nel 2016, contro i 90 milioni del 2004. O come dicono i critici del piano di ricostruzione di Notre-Dame: non lo pagano i ricchi, lo paga lo stato. E’ per questo che la famiglia Pinault, a capo del gruppo del lusso Kering, ha fatto sapere che la sua donazione di 100 milioni di euro non sarà soggetta ad alcuna detrazione: va tutto per la ricostruzione di Notre-Dame, non vogliamo farci sconti (né rovinare la festa della solidarietà).

 

Le polemiche continuano, anche perché l’inventore del dispositivo, l’incoraggiamento alla solidarietà deve essere ancora più forte: Aillagon ha proposto di definire Notre-Dame “tesoro nazionale” in modo da portare la detraibilità al 90 per cento. Il governo definirà le regole di questa donazione in settimana, e ci saranno differenze per le donazioni inferiori e superiori ai 1.000 euro in modo da incoraggiare i contributi più ridotti che però allargano la rete della solidarietà, un po’ come avviene nelle campagne elettorali americane: tanti contributi piccoli sono sintomo di consenso e di vivacità di una candidatura più che i grandi contributi (che hanno comunque un tetto, e che sono comunque necessari). A proposito di America: dei 25 milioni di donazioni internazionali, 15 vengono dagli Stati Uniti. La filantropia americana è molto internazionalizzata, ma c’è anche una questione culturale, come ha spiegato su Libération un’esperta del campo, Anne Monier: l’upper class americana si riconosce nei valori europei e ha buona memoria, si ricorda che nel 1954 De Gaulle celebrò la liberazione camminando fino dentro a Notre-Dame, mentre le campane suonavano per la prima volta da cinque anni.

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Commenti all'articolo

  • Ferny55

    23 Aprile 2019 - 11:11

    Articolo interessante. Così come sarebbe interessante un'inchiesta giornalistica che metta in relazione le donazioni ed i relativi vantaggi fiscali con l'immenso problema del riciclaggio di denaro. Che coinvolge praticamente tutte le più grandi banche internazionali e le "big Four". Svelare le connessioni delle "big Four" con migliaia imprese nel mondo e capire perché non sono delle imprese autonome. Così come sarebbe interessante capire perché l'organismo di coordinamento di queste reti, in due casi (KPMG e Deloitte Touche Tomatsu) hanno sede sede in Svizzera, e in due casi (PricewaterhouseCoopers ed Ernst & Young) è un ente UK Limited.

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