Strasburgo, nostra signora delle moschee

Giulio Meotti

E’ il cuore antico d’Europa. Nella sua cattedrale Schuman pensò l’Unione europea, lì ha sede il Parlamento e la Corte europea dei diritti dell’uomo. Ma la città francese è anche un epicentro dell’islamizzazione

L’arcivescovo di Strasburgo, Luc Ravel, elevato da Papa Francesco, un anno fa fece molto parlare di sé. In una intervista al giornale locale Dernières Nouvelles d’Alsace, disse: “I fedeli musulmani sono ben consapevoli del fatto che la loro fertilità è tale che oggi la chiamano… la Grande Sostituzione, lo dicono in maniera molto pacata e positiva che un giorno tutto questo sarà loro”. Se c’è una città dove questo fantasma che tormenta la Francia sembra prendere carne, è proprio la città di Ravel.

 

La città conta ventidue luoghi di culto islamici e due Grandi moschee (una pagata dai sauditi e una dai turchi)

Questa settimana Strasburgo, una delle due sedi del Parlamento europeo e della Corte europea dei diritti dell’uomo, è stata sconvolta da un attacco terroristico. Cherif Chekatt, al grido di “Allah Akbar”, ha ucciso tre persone, prima di essere neutralizzato in una caccia all’uomo durata due giorni. La capitale francese dell’Europa è da anni sotto osservazione da parte dell’intelligence. Molti quartieri di Strasburgo sono “roccaforti di un islamismo bellicoso”, salafita, come li definisce il settimanale Valeurs Actuelles. Come Koenisgshoffen, dove è nato Cherif, “la roccaforte dello Stato islamico nel cuore dell’Alsazia”, a poche fermate di tram dal mercatino di Natale che vanta due milioni di visitatori. O Cronenbourg, un distretto classificato come “zona di sicurezza prioritaria” da Manuel Valls quando era ministro degli Interni. I servizi segreti gli hanno messo gli occhi addosso quando Muhammad al Ashram, un imam palestinese, ha iniziato a tenere sermoni contro gli “infedeli” in un garage di rue Kepler. Dopo il 2015 anche il distretto di Meinau, vicino allo stadio di calcio che ne porta il nome, è stato luogo di ricerche e arresti. Foued Mohamed-Aggad, che è andato a combattere in Siria con suo fratello, è stato uno dei bambini cresciuto in quel quartiere, prima di diventare famoso come uno dei terroristi che hanno ucciso novanta persone al teatro Bataclan.

 

Nel maggio 2018, il sindaco socialista di Strasburgo, Roland Ries, ha affermato che il dieci per cento di tutti gli schedati per terrorismo provenivano dalla regione strasburghese. Capitale d’Europa, simbolo della riconciliazione franco-tedesca, città multiculturale, Strasburgo è da anni nel mirino del jihad. Il tentativo più noto risale all’inverno del 2000, quando quattro islamisti, tre algerini e un franco-algerino, membri del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, avevano perlustrato la città e filmato diversi siti, come la cattedrale e il mercatino di Natale. Nel video, recuperato dalla polizia, si potevano sentire gli islamisti annunciare: “Questa è la cattedrale dei nemici di Dio”. E ancora: “Questi sono i nemici di Dio. Ballano e sembrano felici. A Dio piacendo, andranno all’inferno”.

 

Ma non c’è soltanto il terrorismo. Strasburgo è sì famosa per la sua celebre cattedrale, il gioiello dell’arte gotica cristiana, con la luce che filtra dalle vetrate policrome, il portale istoriato e il famoso “Pilastro degli Angeli”, che Victor Hugo definì “prodigio di grandezza e leggiadria”. La sua costruzione cominciò nel 1015 e anche Goethe la celebrerà. Un “angelo rosa”, la definì il poeta Paul Claudel. Robert Schuman, alsaziano, immaginò e pensò il progetto di una Unione europea meditando fra le vetrate di quella cattedrale. Nella sua Biblioteca nazionale è conservato uno dei primi esemplari della Bibbia di Gutenberg del 1455. Ma da anni Strasburgo è anche altro.

 

In quella che è stata una culla del cristianesimo europeo, un quarto degli studenti nelle scuole pubbliche è musulmano

E’ una capitale dell’islamizzazione, non soltanto violenta, come quella che ha appena ucciso tre persone, ma strisciante, fatta di moschee, fondi stranieri, scuole coraniche, concordati. Non c’è soltanto la Grande moschea disegnata dall’italiano Paolo Portoghesi, che come scrive il Monde è stata finanziata al 39 per cento dal Marocco e al 14 per cento dall’Arabia Saudita e dal Kuwait, paesi molto attivi nell’esportazione dell’Islam radicale in Europa. Portoghesi si disse fiero di questo edificio. “Credo di aver compiuto un’opera che si ispira al dialogo tra le religioni e a uno spirito di pace che deve vincere sulle contrapposizioni”, disse, aggiungendo che “la moschea ha raggiunto il suo scopo, che è di creare uno spazio assoluto, un vuoto senza ostacoli di nessun genere a una visibilità totale”. Frase interessante.

 

La moschea ha avuto un parto travagliato. La delibera comunale nel 1999, la posa della prima pietra nel 2004, l’inizio dei lavori nel 2006, il completamento nel 2012… Alla fine la luce verde è stata concessa solo con il ridimensionamento degli spazi culturali e la rimozione del minareto.

 

Dal 1999, a Strasburgo, tutti i credenti possono richiedere il finanziamento del dieci per cento di un luogo di culto. Rientra nel piano di “dialogo interreligioso”. Olivier Bitz, vicesindaco (Partito socialista) incaricato al culto, l’ha definita una “splendida” moschea e “un orgoglio per Strasburgo”. All’inaugurazione si presentò anche il primo ministro Manuel Valls. Una “moschea alsaziana con una vocazione europea”, disse il suo imam, il marocchino Abdellah Boussouf. Una moschea la cui parte inferiore avrebbe dovuto essere costruita con l’arenaria dei Vosgi, pegno del suo “radicamento in terra d’Alsazia” e in memoria della cattedrale orgoglio di Strasburgo.

 

L’area di Strasburgo oggi ha ben ventidue moschee. Le più note sono la Moschea de la Gare, la Moschea Annour, la Moschea al-Fateh, la Moschea de l’Ill, la Moschea Arrahma, la Moschea al-Hidaya e la Grande moschea. Il 6 febbraio 2012 è stato inaugurato a Strasburgo anche il primo cimitero pubblico musulmano di Francia. La legge del 28 luglio 1881 aveva abolito il carattere confessionale dei cimiteri. Da allora, nessuna associazione ha potuto costruire o gestire il proprio cimitero. In Francia ci sono alcuni cimiteri privati, principalmente ebraici, grazie a un decreto del 10 febbraio 1806 che permise alle istituzioni ebraiche di mantenere la proprietà di alcuni cimiteri. Ma, come se ciò non bastasse, era necessario che i consiglieri comunali di Strasburgo concedessero un altro permesso di costruzione per una nuova mega moschea pagata dai turchi a meno di due chilometri dalla Grande moschea.

 

E’ il progetto della “Grande moschea Eyüp Sultan” di Strasburgo, che sarà la “più grande moschea d’Europa”, con i suoi minareti alti 44 metri e 28 cupole. E non poteva che sorgere in una delle due capitali euroopee. I lavori sono iniziati nel 2017, finanziati dal comune a guida socialista e dal contribuente strasburghese per un costo totale di oltre 30 milioni di euro. Il vice primo ministro turco Bekir Bozda, l’ambasciatore della Turchia a Parigi e funzionari locali hanno preso parte alla cerimonia di inizio lavori. Il complesso della moschea di diecimila metri quadrati includerà uno spazio di preghiera che potrà ospitare tremila fedeli, diverse sale conferenze, una biblioteca, una sala insegnanti, un ristorante e alcuni negozi, più un parcheggio con una capacità di seicento auto.

 

Cimiteri per soli musulmani, licei dove il curriculum viene deciso in Turchia: sono alcune delle iniziative prese a Strasburgo

“Speriamo nelle donazioni da parte di uomini d’affari provenienti da tutta Europa e dalla Turchia, ma per il momento ci siamo mobilitati solo in Francia, con più di 200 persone che si sono già impegnate a pagarci tra i dieci e i mille euro al mese con i loro mezzi, fino alla fine della costruzione”, hanno detto dal comitato che sovrintende i lavori della moschea. In altre parole, i cittadini musulmani di altri paesi europei e persino della Turchia hanno il diritto di partecipare alla costruzione di una moschea… in Francia.

 

A Strasburgo sorge anche la scuola superiore Yunus Emre, un progetto molto ambizioso, una sorta di “campus universitario musulmano”, il primo nel suo genere in Europa. E’ una scuola superiore come le altre, o quasi. Offre la possibilità per gli studenti di seguire un doppio curriculum, quello dell’istruzione nazionale francese e quello dell’istruzione islamica in vigore in Turchia. Promossa dall’Unione degli affari culturali islamici turchi di Strasburgo, la scuola è finanziata da Ankara, come ha detto il preside, Murat Ercan. Con altri 15 milioni di euro, un campus franco-turco vedrà la luce nel distretto di Hautepierre a Strasburgo, a circa quindici minuti dal centro e dalla stazione ferroviaria. Tutto viene fatto sotto la guida del Diyanet, il potentissimo ufficio degli Affari religiosi di Ankara. Fondi e insegnanti verranno dalla Turchia. L’uomo chiave è, naturalmente, Fazli Arabaci. Conosce bene la Francia. Tra il 1988 e il 1994 è stato imam a Corbeilles, inviato e pagato dal Diyanet. Nel 2009, è tornato come addetto al consolato di Strasburgo. Diyanet controlla, infatti, 250 moschee sui 400 luoghi di culto della diaspora turca in Francia. E’ da Strasburgo che la diaspora islamica turca ha lanciato il Parti Egalité Justice, che fa parte della rete di partiti voluti dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan e dal suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) per influenzare l’Europa attraverso la sua popolazione musulmana. Il Parti Egalité Justice è stato creato nel 2015 a Strasburgo e ha già approvato 68 candidati – non abbastanza per coprire l’intero territorio, ma abbastanza per competere in modo efficiente nei distretti in cui le popolazioni turche e musulmane sono fortemente rappresentate. Qual è il loro programma? Un classico islamista: rivedere la legge sulla laicità del 1905, veli per le studentesse nelle scuole pubbliche, cibo halal, sostegno ai palestinesi e solidarietà comunitaria (in contrapposizione ai diritti individuali) come priorità. Tutto ciò è avvolto nella bandiera della necessità di “combattere contro l’islamofobia”.

 

In città è nato il Partito della uguaglianza e della giustizia: fa parte della rete islamista legata a Erdogan per condizionare l’Europa

Come riporta il settimanale Marianne, Mine Gunbay, responsabile dei diritti delle donne nel consiglio comunale di Strasburgo, ha denunciato senza sosta la metamorfosi di Strasburgo in “un laboratorio politico del partito di Erdogan”. Il 27 novembre 2015, il ministro saudita degli Affari islamici fu ospite della Grande moschea di Strasburgo, proprio mentre a Parigi si piangevano le vittime degli attacchi terroristici. Saleh bin Abdul-Aziz al ash-Sheikh è ministro e cugino del Gran Mufti dell’Arabia Saudita, lo stesso che nel 2013 disse che si dovevano “distruggere tutte le chiese” della penisola arabica. “La sharia deve essere la fonte di tutta la legislazione per la nazione islamica, si applica a tutti gli aspetti della vita, ovunque e in qualsiasi momento”, ha detto il ministro saudita. E Strasburgo è anche la città in cui Erdogan è stato autorizzato dall’ex presidente francese Hollande a tenere una manifestazione elettorale nell’ottobre 2015. Legalmente.

 

Durante il comizio elettorale a Strasburgo, il presidente turco, davanti a un pubblico di dodicimila fan, ha affermato che la Turchia è il “vero difensore della civiltà” e ha esortato a combattere l’“islamofobia” sotto lo slogan “una bandiera, un paese, una fede”, e le urla di Allahu akbar.

 

La demografia islamica avanza e oggi si assesta dal dieci al quindici per cento della popolazione totale di Strasburgo (poco sopra i livelli nazionali). Ma Strasburgo è un laboratorio privilegiato dell’islamizzazione per le grandi iniziative. Nel 2015, in contraddizione con il principio di laicità, la città di Strasburgo, guidata dal sindaco socialista Roland Ries, offrì quattro menù diversi nelle mense scolastiche. Un quarto degli studenti scelse il menu islamico halal. A Mulhouse, non lontano da Strasburgo, la comunità musulmana è già un quarto della popolazione totale, come ha ammesso il sindaco Jean-Marie Bockel.

 

In quella che è stata a lungo una culla della cristianità europea, abbondano gli imam ma mancano i seminaristi cattolici. Strasburgo sette anni fa contava 33 seminaristi. Oggi sono appena undici. Nella diocesi di Strasburgo, terra di tradizione e concordato, dove il clero è pagato dallo stato, solo duecento sacerdoti sono ancora in missione. “Strasburgo incarna i valori fondamentali dell’Europa”, si legge sul sito della città. E’ vero, fu la città reale sotto i Merovingi, la culla dell’umanesimo cristiano e della Riforma protestante, la patria della riconciliazione franco-tedesca dopo la guerra. E in futuro, Strasburgo incarnerà sicuramente i “nuovi valori”. Non è difficile immaginare quali.

  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.