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La Cina riconquista l'antico rivale giapponese con due uccelli rari

Giulia Pompili

Due ibis come simbolo della rinnovata amicizia tra Pechino e Tokyo, confermata dalla visita del primo ministro Shinzo Abe nella capitale cinese

Roma. I due ibis donati dalla Cina al Giappone qualche settimana fa sono il simbolo della rinnovata amicizia tra Pechino e Tokyo, confermata oggi dalla visita del primo ministro Shinzo Abe nella capitale cinese. Abe è stato accolto con le cerimonie che si riservano soltanto agli autorevoli capi di stato, niente a che vedere con la di sette anni fa dell’allora premier Yoshihiko Noda. Fino allo scorso anno vedere sventolare le bandiere giapponesi a piazza Tienanmen poteva sembrare impossibile, ma più dei cinquecento accordi commerciali firmati da Abe e dal premier cinese Li Keqiang, che serviranno a dare stabilità nell’area “e trasformare la competizione in cooperazione”, a rappresentare questa nuova fase diplomatica tra la seconda e la terza economia del mondo ci sono due Nipponia nippon, i due ibis giapponesi.

  

Rispetto agli uccelli venerati nell’antico Egitto, il gruppo che un tempo popolava tutta l’Asia orientale è più grande, ha le piume bianche e la testa rossa. Secoli di letteratura nipponica raccontano la storia degli ibis, che poi negli anni Ottanta sparirono dai cieli – per colpa della caccia e dell’inquinamento – rischiando l’estinzione. Fu un ricercatore cinese, Liu Yinzeng, a trovare e studiare la prima coppia di uccelli in libertà nella provincia dello Shaanxi. Da allora, grazie a quei due esemplari, iniziò una fruttuosa collaborazione scientifica tra Cina e Giappone, che ha portato alla salvezza degli ibis giapponesi. Questa volta, invece dei tradizionali panda, il presidente cinese Xi Jinping ha scelto un regalo ancora più significativo, a sancire una nuova fase di rapporti dopo anni di boicottaggi e gelide strette di mano. Certo, le questioni territoriali restano (ricordate nel 2010 le tensioni per le isole Senkaku, che la Cina rivendica come Diaoyu) e anche quelle sul passato imperialista giapponese. E allora possono due uccelli e diversi accordi commerciali dar vita a un nuovo, inedito equilibrio in Asia orientale? Cruciale è la posizione dell’America, sempre più defilata nelle questioni asiatiche. Perfino nella penisola coreana, ormai a trattare con Kim Jong-un è sempre il presidente sudcoreano Moon Jae-in. “Credo che le aspettative di Tokyo su questo fronte siano piuttosto modeste”, dice al Foglio James L. Schoff, senior fellow al Carnegie Asia Program. “A Tokyo c’è ancora preoccupazione per le pratiche economiche della Cina, e quindi è possibile che – nonostante il riavvicinamento – continueranno le pressioni coordinate con Stati Uniti e Ue per avviare una riforma del sistema cinese e dell’Organizzazione mondiale del commercio”. Anche in politica estera, secondo Schoff, Tokyo resta con Washington: “La posizione giapponese nei confronti della Corea del nord è più vicina a quella americana, e di solito in questi casi Tokyo segue le indicazioni di Washington. Anche se il Giappone vuole migliorare le relazioni con la Cina, e le tensioni di Pechino con Washington aprono ulteriori spazi di cooperazione Cina-Giappone, è difficile anticipare un cambiamento fondamentale nella relazione tra i due paesi”. Per Schoff c’è ancora troppa sfiducia e rivalità reciproca: “Washington lo sa. Nel caso in cui la cooperazione tra Giappone e Cina in Asia meridionale dovesse decollare e superare addirittura quella tra Stati Uniti e Giappone – o se il Giappone aiutasse la Cina a eludere le sanzioni statunitensi – allora sì, la reazione degli Stati Uniti potrebbe cambiare. Ma non credo che succederà presto”. E’ ancora la Corea del nord a esacerbare lo scontro tra America e Cina: Pechino spinge per trasformare l’armistizio in un trattato di pace, Washington fino allo scorso anno seguiva la posizione giapponese di massima pressione e isolamento: “La Cina sta cercando di mantenere la sua influenza sulla Corea del nord, e sarebbe chiaramente felice di porre fine alla guerra di Corea, perché un trattato di pace potrebbe indebolire la legittimità delle truppe americane in Corea del sud e quindi ridurre la presenza militare nella penisola”, dice al Foglio Junya Nishino, docente di Relazioni internazionali della Keio University di Tokyo. “Ma un fatto importante su cui dovremmo prestare attenzione è che la Corea del nord non vuole essere dipendente dalla Cina e cerca di diversificare le sue relazioni”.

  

A questo punto, se il Giappone non dovesse avere alcun ruolo nella partita nordcoreana, sarebbe facile vederlo schiacciato di desiderata cinesi: “Il primo ministro Abe ha detto più volte di essere pronto ad avere un incontro con il presidente Kim”, dice Nishino, usando proprio l’espressione “chairman”, sdoganata da Trump e fino a poco tempo fa vietata nei paesi che non riconoscono Pyongyang. “Allo stesso tempo, Abe ha bisogno di fare progressi significativi sulla questione dei cittadini giapponesi rapiti dai nordcoreani. E’ difficile per qualsiasi leader politico, incluso Abe, realizzare un vertice tra Giappone e Corea del nord senza passi in avanti sulla vicenda, perché l’opinione pubblica è molto sensibile sul tema. Ma se Kim è serio sull’apertura e lo sviluppo economico del paese, penso che debba fare uno sforzo e normalizzare le relazioni con il Giappone, soprattutto per ricevere assistenza economica da Tokyo”. Ora è tutto nelle mani di Abe che, come il suo ministro degli Esteri, Taro Kono, è considerato un eccellente diplomatico.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.