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In galera per una notizia

I due giornalisti di Reuters ancora in carcere in Myanmar e i massacri di stato

27 Agosto 2018 alle 20:25

In galera per una notizia

Wa Lone e, dietro, Kyaw Soe Oo vengono condotti in aula per il processo (foto LaPresse)

I capi delle Forze armate del Myanmar devono essere processati per genocidio e crimini di guerra perpetrati contro la minoranza musulmana dei rohingya. Così si è espressa la commissione indipendente istituita dalle Nazioni Unite nel marzo dello scorso anno e che ha investigato sulle azioni militari ordinate nello stato del Rakhine. Marzuki Darusman, capo della missione dell’Onu, ha parlato lunedì a Ginevra spiegando che – in base alle informazioni raccolte – quello che l’esercito dell’ex Birmania ha compiuto contro i rohingya è “tra le più scioccanti violazioni dei diritti umani della storia”, e tra i processati dovrebbe figurare anche Min Aung Hlaing, l’uomo che guida il paese dietro alla figura più “istituzionale” di Aung San Suu Kyi. Nel frattempo, Facebook ha deciso di eliminare dal social network 18 account, un account Instagram e 52 pagine – compresa quella del generale Min Aung Hlaing – per “prevenire la diffusione di fake news e odio razziale”, si legge nel comunicato. La situazione nel Myanmar governato nominalmente da un premio Nobel per la Pace è sempre più complicata. L’occidente, però, impegnato con le sue campagne politicamente corrette dentro ai propri confini, spesso dimentica di far sentire la propria voce su questioni importanti nel processo di democratizzazione di un paese strategico come il Myanmar.

 

Perché a causa di quel massacro, di ciò che l’esercito birmano ha compiuto contro i rohingya, due giornalisti di una delle agenzie di stampa più importanti del mondo, la Reuters, stanno nel frattempo dando una lezione al mondo intero. Wa Lone e Kyaw Soe Oo sono detenuti dal 12 dicembre del 2017. Sono finiti in carcere perché stavano indagando sulle stragi nel Rakhine, e l’esercito è riuscito a fermarli grazie a una vecchia legge sui segreti di stato risalente a quando il paese era autoritario e teneva prigioniera Aung San Suu Kyi. Lunedì doveva essere il giorno del giudizio, ma la corte di Yangon ha deciso di rimandare tutto al 3 settembre prossimo. “Qualunque siano le circostanze non avremo paura. La giustizia è dalla nostra parte, non abbiamo fatto niente”, ha detto Wa Lone mentre usciva dal tribunale ammanettato.

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