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Il processo a due giornalisti di Reuters e la dittatura che credevamo non ci fosse più

L’obiettivo reale sembrerebbe il controllo della narrativa sull’uccisione del gruppo di rohingya, e sul banco degli imputati ci è finita la libertà di stampa

20 Luglio 2018 alle 14:03

Il processo a due giornalisti di Reuters e la dittatura che credevamo non ci fosse più

Foto LaPresse

Yangon. L’appuntamento è per cena, in un ristorante a nord di Yangon, la capitale commerciale del Myanmar. Due giornalisti della Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, si preparano a incontrare il poliziotto che li ha contattati poco prima. I reporter, 32 anni il primo, 28 il secondo, stanno indagando su un caso molto delicato: l’uccisione di un gruppo di uomini appartenenti alla minoranza rohingya, nello stato occidentale del Rakhine. Ma quando arrivano al ristorante, senza aver richiesto nulla, viene dato loro un rotolo di documenti. Informazioni da esaminare, parrebbe.

 

Da quel momento in poi il quadro si capovolge. I due si ritrovano risucchiati dalla macchina orwelliana che si pensava lasciata alle spalle dopo la fine di 50 anni di dittatura militare, pochi anni fa. La coppia viene perquisita e, trovati i documenti appena ricevuti, viene contestata la violazione dell’Official Secrets act, una legge del 1923 introdotta durante il regime coloniale britannico e mantenuta con cura negli anni in cui la libertà di stampa non era un’opzione.

 

“Era una trappola”, “non sono una spia”, ha detto questa settimana lo stesso Wa Lone, all’apertura del processo che lo vede ora accusato di possesso di documenti di sicurezza nazionale, dopo il rinvio a giudizio seguito a ben sei mesi di udienze preliminari. Prima giornalista del Myanmar Times e poi di Reuters, Wa Lone è un volto noto ai giornalisti che si muovono fra il Rakhine e Yangon. La voce del suo arresto si era sparsa in fretta a dicembre dello scorso anno, era arrivata nelle ambasciate ed era diventata in poco tempo un caso globale. Eppure né la grancassa mediatica sostenuta dalla Reuters, né la pressione internazionale, e nemmeno l’apparizione sulla scena del super-blasonato avvocato difensore Amal Clooney sono riuscite a fermare il processo, il cui verdetto sfavorevole si tradurrebbe in un massimo di 14 anni di prigione. I due giornalisti hanno riferito che, durante l’interrogatorio iniziale, le domande non si riferivano al possesso dei documenti, ma alle loro indagini in Rakhine. Con tanto di offerta: la libertà in cambio della non pubblicazione dell’inchiesta sul massacro di Inn Dinn, poi comunque pubblicato dalla Reuters. E in cella è finito anche Moe Yan Naing, il capitano di polizia che durante le udienze ha riferito che uno dei poliziotti incontrati dai giornalisti avrebbe ricevuto l’ordine di incastrare Wa Lone dandogli i documenti.

 

L’obiettivo reale sembrerebbe quindi il controllo della narrativa sull’uccisione del gruppo di rohingya, e sul banco degli imputati ci è finita la libertà di stampa – uno dei pilastri su cui si sarebbe dovuta poggiare la nascente democrazia birmana. Libertà che, secondo gli avvocati difensori, sotto la parziale leadership di Aung San Suu Kyi non ha mai fatto un passo in avanti. Del resto, il caso dei due reporter della Reuters è molto più di un processo a due giornalisti, e si interseca con tutte le questioni sensibili che hanno ridotto una ex icona dei diritti umani a parafulmine – non senza colpe – di un apparato militare con ancora in mano le istituzioni cruciali dello stato, incluso il sistema giudiziario. L’elezione del premio Nobel per la Pace è stata l’inizio di un processo di democratizzazione, ma ha portato a sottovalutare la tempistica e gli investimenti sugli organi dello stato necessari a sorreggere questa aspettativa. La pulizia etnica dei rohingya, l’arresto dei giornalisti, il degenerare degli scontri etnici nel nord del paese, sono avvenuti in un contesto politico in cui l’esercito non risponde alle istituzioni giudiziarie. Sullo sfondo, poi, c’è la concezione della giustizia come strumento di controllo, la repressione e l’autocensura che penetrano la società e che richiederanno, dicono gli esperti, il passaggio di intere generazioni prima di trasformarsi.

La natura di questi processi si capisce entrando in una qualunque aula giudiziaria del Myanmar, a Yangon o ancor più nelle aree rurali. Come a Paung, nella punta sud al confine con la Thailandia. Qui, l’aula del processo è introdotta da galline e cani senza padroni, mentre al centro, un’antica e rumorosa macchina da scrivere ridisegna un tempo senza modernità. Qui avvocati e giudici fanno fatica a sentire le voci dei testimoni attraverso il rumore dei tasti e il caldo asfissiante. In queste aule di tribunale si svolgono processi disegnati secondo la mentalità di un consolidato apparato burocratico militare e di una corruzione diffusa. Per i cittadini i tribunali sono luoghi in cui si spera di non entrare mai, non posti a cui rivolgersi per ottenere giustizia.

 

Per Daniel Aguirre, già membro della International Commission of Jourists in Myanmar e senior lecturer alla Greenwich University di Londra, “anche in casi normali la polizia non segue le corrette procedure di arresto e detenzione. I processi sono caratterizzati da irregolarità che minano il ruolo degli avvocati e i diritti dell’imputato”. Ancora di più in un processo politicamente sensibile “è improbabile che il giudizio sia imparziale. E del resto, un caso come questo sarebbe già stato destituito nella stragrande maggioranza delle giurisdizioni fondate sulla Common law”. Mentre il governo di Yangon insiste sulla necessità che i due giornalisti vengano giudicati “secondo la legge”, Laura Haigh, ricercatrice di Amnesty International, ricorda come anche il governo civile “si rifiuti di riconoscere che l’Official Secrets Act è una legislazione estremamente repressiva, che viola i diritti umani, e che non dovrebbe avere posto nella legislazione del Myanmar”. Non “secondo la legge”, ma “quale” legge è ancora il problema del paese.

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