cerca

L’imprevedibilità di Trump è la forza dell’Ue, anche sui dazi

"La politica trumpiana non ha una strategia", dice al Foglio Dalibor Rohac. Così Juncker era arrivato alla Casa Bianca da nemico e ne è uscito da partner commerciale

27 Luglio 2018 alle 06:03

L’imprevedibilità di Trump è la forza dell’Ue, anche sui dazi

Foto LaPresse

Roma. Prima la stretta di mano, poi l’accordo e infine addirittura un bacio. Juncker mercoledì era arrivato alla Casa Bianca da nemico e ne è uscito da partner commerciale. In una conferenza stampa congiunta Donald Trump e Jean-Claude Juncker hanno detto di aver raggiunto un “deal” che porterà all’eliminazione progressiva dei dazi. Il presidente americano ha aggiunto che l’Unione europea importerà gas naturale liquefatto americano e soia. Se tutto dovesse rimanere così, senza colpi di scene, tweet notturni e caps lock, allora la minaccia di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Ue, che nelle ultime settimane si stava facendo sempre più concreta, sarebbe stata scongiurata e l’Europa avrebbe ottenuto la promessa più importante: i dazi sulle auto europee non saranno aumentati e Bruxelles e Washington hanno intenzione di risolvere le controversie legate alla decisione reciproca, presa lo scorso giugno, di imporre delle nuove tariffe. E’ stata una vittoria importante, forse è addirittura arrivata la pace, una pace fondamentale per l’economia dell’Unione – i dazi avrebbero avuto conseguenze disastrose per aziende e lavoratori europei – ma gli accordi si negoziano in due. Mercoledì alla casa Bianca, da una parte c’era l’Ue, dall’altra c’erano gli Stati Uniti. Da una parte c’era Jean-Claude Juncker e dall’altra lui, Donald Trump e del presidente americano l’Europa farebbe bene a non fidarsi troppo.

  

“Trump è una minaccia per l’Unione europea”, dice al Foglio Dalibor Rohac, ricercatore dell’Aei, American Enterprise Institute, think tank conservatore di Washington. “Basti vedere come si è comportato a Bruxelles durante il vertice Nato, a lui non interessa la Sicurezza europea, non interessano i patti stretti negli anni passati. Fortunatamente il suo governo è composto da persone che sono ancora legate sia all’Alleanza atlantica che ai trattati di un tempo” e quindi sono in grado di tenere alti i valori di quel sistema di alleanze e accordi che sono emersi nel Dopoguerra. “Non solo a Trump tutto questo non interessa, lui non capisce la politica portata avanti dagli Stati Uniti finora, né l’ordine che in tutto il mondo hanno costruito a partire dalla fine del Secondo conflitto mondiale. Non lo comprende, non gli piace e se potesse lo distruggerebbe subito”. Questo è un pericolo per l’Europa, spiega l’analista, autore anche del libro “Towards an Imperfect Union: A Conservative Case for the EU”, e il protezionismo altro non è la manifestazione del fastidio che il presidente americano prova nei confronti dell’ordine mondiale.

  

C’è un aspetto in questa atmosfera di sdegno nei confronti delle istituzioni esistenti, del libero mercato, della Nato che però gioca a favore dell’Europa, Donald Trump è imprevedibile certo, domani potrebbe vanificare ogni accordo preso con Juncker e nessuno forse si meraviglierebbe, ma non è uno stratega e senza strategia le guerre non si vincono: “Non è un leader organizzato e non è in grado di portare avanti una battaglia sistematica contro ciò che detesta”. “Trump ama lo show, adora dare spettacolo, vuole i titoli dei giornali tutti per sé – dice Rohac – Questa smania di apparire fa sì che non abbia una strategia, ed ecco qual è l’arma segreta dell’Europa”. Il processo estremamente razionale della diplomazia europea contro “il fuoco e la furia” trumpiani. Ma l’Unione anche al suo interno ha i suoi problemi, c’è chi entra e chi esce, chi rimane dentro nonostante tutto ma vuole farlo secondo le sue regole, è indebolita e scoprire che il suo più grande alleato e fidatissimo custode vuole farle una guerra commerciale e privarla delle garanzia di sicurezza esaspera le sue difficoltà: “L’Europa deve imparare a reagire, a non farsi paralizzare, a essere flessibile, deve capire che è solo attraverso il dinamismo che può contrapporsi alle minacce di Donald Trump. Dinamismo e flessibilità devono iniziare dall’economia”. L’Europa paga la sua incompletezza, manca un mercato comune, una difesa comune, un sistema bancario comune e la frammentarietà della sua leadership la rende debole di fronte alle decisioni di Trump. “Il presidente americano è convinto di essere un grande negoziatore, è sicuro di aver vinto la battaglia sulla Nato e quella commerciale, ma finora non è realmente riuscito a vincere nulla di concreto” spiega Dalibor Rohac. Questo accade proprio perché la politica trumpiana procede con i colpi di scena, proclami e non attraverso la strategia. Il presidente americano vorrebbe smantellare tutto, a partire dalla Nato, ma non ha l’organizzazione adatta per farlo e le persone che lo circondano non hanno le sue stesse idee. Continuerà a corteggiare i titoli dei giornali, a voler sorprendere, la pace o la tregua sui dazi potrebbe finire domani o tra un mese, ma come spiega l’analista americano, è l’Europa che deve imparare a usare questa imprevedibilità a suo favore. “Il problema per l’Ue non è Trump. Il problema è se le idee trumpiane dovessero sopravvivere all’Amministrazione Trump”, diventare quindi organizzate e sistematiche e finire così in mano a qualcuno capace di portare avanti la lotta contro l’ordine mondiale.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • Ferny55

    27 Luglio 2018 - 14:02

    Le segnalo gentile Signora che nel secondo trimestre del 2018 il Pil USA è cresciuto del 4,1%.

    Report

    Rispondi

  • Carlo A. Rossi

    27 Luglio 2018 - 09:09

    Scusi, gentilissima Sig.ra Flammini, ma un articolo uno Suo in cui non intervista persone che non pensino a priori che Trump sia un minus habens, è difficile trovarlo? La settimana scorsa, sul Russiagate, con profezie di sventura (che puntualmente non si avverano). Adesso quest'altro. Non si pretende che su queste pagine si incensi Trump, ma deontologicamente sarebbe corretto anche avere opinioni, come dire, meno partigiane delle Sue. Non portano a nulla, queste. E ancora: l'Ordine Mondiale...mi perdoni, ma è stato scolpito nelle Tavole dell'Alleanza? Pur non essendo io non fautore delle rotture ad ogni costo, così perfetto, quest'Ordine non mi sembra. Il Foglio, ultimamente, mi spiace ribadirlo sempre, sta diventando, da un buon giornale che era, una sentina di livore verso chi minaccia un certo tipo di Ordine, una sorta di custode di un'ortodossia che non si capisce nemmeno bene su quali fondamenta sia costruita. Per favore, datevi una ripigliata.

    Report

    Rispondi

    • branzanti

      27 Luglio 2018 - 12:12

      Gentile Rossi mi permetto di rilevare che Lei imputa al Foglio la stessa ostilità anti Trump che mi ha spesso rimproverato (anche se io so bene di essere molto provocatore). Vorrei solo far notare che, forse, è sempre più difficile trovare persone razionali che pensino che l'uomo non sia un minus habens (del resto anche Lei non è un estimatore) e che l'articolo ribadisce che questa sensazione coinvolge ormai non solo i liberal, ma anche la larghissima maggioranza degli osservatori di area conservatrice. Poi certo c'è lo zoccolo duro elettorale, ma anche il PCI l'aveva e noi continuavamo ad avere un certo giudizio.

      Report

      Rispondi

      • Carlo A. Rossi

        28 Luglio 2018 - 11:11

        Ancora una volta, per chi finge di non voler capire: io non imputo ostilità. Però, vorrei capire una cosa: esattamente, cosa ha portato a casa Juncker? Personalmente, non credo che sia arrivato da perdente e sia partito da vincitore. Sicuramente Trump è riuscito ad ottenere un buon accordo (o deal, se preferiamo). Se così fosse, e non vedo perché non dovrebbe essere così, difficilmente si può allora pensare che non vi sia strategia. Forse è una strategia che in Europa non si riesce a capire. Ciò detto, penso molto semplicemente che non vi sia attualmente sul Foglio, ma non solo, un giudizio equanime su Trump. Se da Lei, come lettore, pur non approvando, posso anche dirmi che sia la Sua opinione, Ferrara, Ferraresi, Cerasa e Flammini non sono giustificati. Non si deve incensare Trump, ma nemmeno per antipatia o livore personale demolirlo sempre e comunque. Idem per Salvini, onestamente.

        Report

        Rispondi

Servizi