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L’occidente che cerca il colpevole anche quando non c’è

In Thailandia il sentimento comune è stato quello di considerare il coach intrappolato nella grotta con i dodici ragazzini un eroe

11 Luglio 2018 alle 06:07

L’occidente che cerca il colpevole anche quando non c’è

L'allenatore Ekaphol Chanthawong con due dei ragazzi nella grotta (Thai Navy Seals)

Roma. Intervistata da una emittente televisiva thailandese, una delle mamme dei ragazzi ha detto: “Se non fosse andato con loro, che cosa sarebbe successo ai miei ragazzi?”. Non appena si è diffusa la notizia dei dodici ragazzini dispersi nel dedalo di grotte di Tham Luan Nang Non, nel nord della Thailandia al confine col Myanmar e con il Laos, l’attenzione mediatica si è concentrata soprattutto sul vicecoach della squadra dei Moo Pa (significa, appunto, cinghiali selvatici), Ekaphol Chanthawong. Venticinque anni, detto coach Ake, era l’unico adulto della squadra dispersa, in mezzo a dodici ragazzini tra gli undici e i sedici anni. Ha portato i “suoi” ragazzi nella grotta nonostante all’ingresso ci fosse, come spesso accade in certe regioni monsoniche, l’avviso di non avventurarsi durante la stagione delle piogge. Poi, però, il peggio è accaduto.

  

Sui giornali occidentali l’allenatore è stato più volte descritto come lo sprovveduto irresponsabile, colpevole di aver messo in pericolo tutto il gruppo. Ma come molti hanno fatto notare (tra cui Massimo Morello e su Facebook il giornalista Alessandro Ursic) in Thailandia il sentimento comune, condiviso soprattutto dai genitori dei ragazzi e dai soccorritori, è stato invece quello di considerare il coach Ake un eroe: è stato lui, in fondo, ad aver trovato la piccola spiaggia dove i ragazzi sono riusciti ad aspettare i soccorsi; è stato lui ad aver razionato il cibo per tutti, ed essersene privato; ma soprattutto è stato lui ad aver insegnato a tutti e dodici la meditazione. Ekaphol, infatti, studiava per diventare monaco: riporta Shibani Mahtani sul Washington Post che dopo essere rimasto orfano a dieci anni era entrato in un monastero, che aveva lasciato soltanto tre anni fa per prendersi cura dell’anziana nonna. Ma era rimasto in contatto con quella sua vecchia vita: secondo gli esperti, invece di lottare contro la paura, la meditazione profonda avrebbe aiutato i dodici calciatori a superare l’ansia e lo stress, a non sprecare energie, ad aspettare i soccorsi senza attacchi di panico. Ekaphol è stato l’ultimo a uscire dalla grotta, come previsto, nonostante fosse messo peggio dei ragazzi. L’ossessione tutta occidentale, davanti a tragedie simili – pur con un lieto fine – è quello di cercare il colpevole, trovare il responsabile: la questione della colpa che ci accompagna da sempre. Ed è una frase che si sente dire spesso, qualunque cosa accada: anche la più imprevedibile, come un terremoto, un’inondazione. Esistono, certo, delle responsabilità oggettive, ma mentre l’occidente si serve dell’autonomia della volontà, del libero arbitrio in cui la colpa è sempre soggettiva, a oriente si fa più caso al destino, alla legge del karma, al concetto di ming confuciano, ai kami shintoisti che popolano la natura. Per esempio: che cosa sarebbe successo se i dodici esploratori fossero entrati nella caverna senza il giovane Ekaphol?

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Commenti all'articolo

  • fiorenza77

    16 Luglio 2018 - 11:11

    Premetto: io non ero lì e ho solo letto quello che è stato riportato dalle varie testate giornalistiche. L'allenatore in questo frangente si è comportato indubbiamente da eroe e, forse, se non ci fosse stato lui i ragazzi non sarebbero sopravvissuti. Però... c'è un però, se non ci fosse stato lui, sempre forse, i ragazzi nella grotta interdetta alle escursioni non ci sarebbero neppure entrati. E comunque un uomo è morto lo stesso, un volontario, un brav'uomo. Non so se sia vero che lui abbia preso l'iniziativa del "rito iniziatico", o semplicemente abbia assecondato i ragazzi in una loro volontà, resta il fatto che lui era l'unico adulto responsabile presente. Spero non debba subire processi giudiziari e neppure mediatici (ma questi, forse, sono solo prerogativa del mondo occidentale...), ma credo che sarà difficile non sentirsi sulla coscienza quel che è stato e soprattutto quel che avrebbe potuto essere.

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    • iksamagreb@gmail.com

      iksamagreb

      18 Luglio 2018 - 22:10

      Forse ci sfugge che siamo di mentalità molto, ma molto diverse. Ad esempio, abbiamo letto che dal primo che sono riusciti a portar fuori fino all'ultimo dei ragazzi, non è stato rivelato il nome di nessuno dei ragazzi salvati: solo alla fine. E fuori ammassati permanentemente in spasmodica attesa c'erano ovviamente le mamme e i papà nonché parenti amici e quant'altri. Se l'immagina lei, mamme e papà italiani all'uscita del primo salvato, cosa sarebbe successo per sapere chi era? Loro no, loro hanno saputo sperare e soprattutto aspettare, rinunciare al trionfo per il primo per rispettare l'angoscia degli altri, ritenendo giusto condividerla insieme. E' un'altra civiltà, siamo razze umane diverse, non c'è dubbio.

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  • guido.valota

    11 Luglio 2018 - 22:10

    È colpa del piddì.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    11 Luglio 2018 - 12:12

    Brava Giulia, ad aver messo il ditino sulla piaga della nostra mentalità attuale: scaricare la responsabilità di quanto accade ad altri, un colpevole che paghi per tutti. E' l'attuale deformazione etico mentale ateo-laica, conseguente al rinnegamento della concezione antropologica cristiana secondo cui l'uomo è si responsabile delle proprie azioni in quanto essere consapevole e libero, ma indebolito dal peccato originale che lo rende ammiratore del bene ideale ma poi materialmente portato ai beni egoistici a danno altrui, essere imperfetto perciò meritevole di obiettiva comprensione e misericordia. La concezione atea invece pretende e tende a raggiungere la perfezione umana assoluta, pretende capacità potenziali di sapere volere e potere perciò non perdona debolezze ed errori, o non potendo esagerare in pretese li eleva a "diritti" e così fa quadrare il cerchio. Sono questi infatti, nel nostro mondo occidentale, "i tempi dei diritti". Ma solo in occidente si pensa così.

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