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Marion lancia la battaglia culturale per ricomporre la destra francese

La nipotina Le Pen presenta la sua scuola e le sue idee a un evento per “togliere la spina al ’68”. Il regalo sovranista dell’Italia

2 Giugno 2018 alle 06:14

Marion lancia la battaglia culturale per ricomporre la destra francese

Marion Le Pen. Foto LaPresse

Parigi. “Non è un ritorno politico. Forse è un ritorno alla vita pubblica, ma per la metapolitica”. Giovedì sera, alla Palmeraie, sala meeting situata nel Quindicesimo arrondissement di Parigi, c’era la crème della destra identitaria francese ad applaudire Marion Maréchal, la nipote rampante della famiglia Le Pen, che a un anno di distanza dal suo addio al Front national continua ad affinare il suo piano di conquista gramsciano dell’elettorato conservatore. “Non siamo un partito politico, vogliamo essere un incrocio di idee, invitando a dibattere anche gli intellettuali di sinistra”, ha affermato Marion Maréchal davanti ai mille presenti, tra cui l’imprenditore ex sarkzista Charles Beigbeder e il presidente del Partito cristiano-democratico Jean-Frédéric Poisson. Ma nel quadro dell’evento “Débranchons ’68” (togliamo la spina al ’68), organizzato dal magazine L’Incorrect e l’associazione Éveilleurs d’espérance, la trentenne che fa sognare gli intellò del sovranismo d’oltralpe è venuta anzitutto a presentare la “sua” accademia di scienze politiche, l’Issep, una Sciences Po di destra che darà il via ai suoi corsi il prossimo settembre. E di cui lei sarà la direttrice. “Non possiamo più lasciare i magisteri dell’istruzione alla sinistra” e aspirare a “essere un domani i nuovi duemilaesessantottini”, ha dichiarato Marion Maréchal, puntando il dito contro il “settarismo” e il “conformismo” delle grandes écoles francesi, diventate dei santuari “sforna-macronisti”.

   

Accanto a lei, in questo ritorno-non-ritorno sulla scena politico-mediatica francese, c’erano Elisabeth Lévy, direttrice del magazine Causeur, Jacques de Guillebon, capo della redazione dell’Incorrect, Gérard Leclerc, giornalista e saggista cattolico, e Jean Sévillia, scrittore controcorrente e firma storica del Figaro. Non c’era invece fisicamente Steve Bannon, il teorico dell’alt right e artefice della vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti, ma la sua frase sul “Great Future” pronosticato a Marion Maréchal durante l’ultimo congresso del Fn risuonava ieri nella sala tra le palme e il finto cielo stellato. Perché nonostante le smentite di circostanza, ci sono tutti gli indizi per immaginare che la giovane stella del conservatorismo francese voglia già puntare alle presidenziali del 2022, e c’è già chi pregusta il futuro scontro di idee tra macronismo e marionismo.

  

La nascita del governo giallo-verde di Salvini e Di Maio in Italia, anche se non è stata evocata pubblicamente durante la serata, è stata il regalo perfetto per i sovranisti francesi. Che sognano attraverso Marion una resurrezione intellettuale del conservatorismo. “In Francia abbiamo dei conservatori zombi, una popolazione che in maggioranza è aggrappata alle proprie radici (…) L’idea è di fare uscire questi conservatori dal loro stato di zombi, permettendo loro di esistere nuovamente nel dibattito pubblico”, ha dichiarato la futura direttrice dell’Issep. E ancora: “Siamo ancora in stato di decomposizione. La ricomposizione si realizzerà attraverso degli impegni concreti. Con l’Issep lavoriamo al fine di compiere questa ricomposizione, di concretizzare questa ricostruzione intellettuale”. La Sciences Po di destra, che sorgerà a Lione, oggi capitale del macronismo, sarà dunque il trampolino di Marion. E tra i nomi altisonanti che l’aiuteranno a formare una nuova generazione di sovranisti ci sarà anche Raheem Kassam, ex direttore di Breitbart Uk e alto dirigente del partito pro Brexit Ukip. Che cos’è, allora, il marionismo? È anzitutto metapolitica, è una battaglia delle idee che Marion e i suoi sostenitori vogliono vincere nei templi della cultura, nelle scuole e nelle università prima di concentrarsi sul terreno elettorale. “E’ importante portare avanti delle battaglie culturali – ha concluso Marion – perché la battaglia elettorale è solo una conseguenza”.

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