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La fine di Rajoy non è un bene per la Spagna

I numeri dicono che venerdì sarà sostituito da Sánchez. Perché preoccuparsi

31 Maggio 2018 alle 20:44

La trappola di Rajoy

Mariano Rajoy (foto LaPresse)

[Articolo aggiornato venerdì 1 giugno alle 12:30] Mariano Rajoy è stato sfiduciato, al suo posto diventa premier il leader socialista Pedro Sanchez. La mozione di sfiducia costruttiva presentata dal Psoe - in conseguenza della quale Sanchez ha assunto la guida del governo - ha ottenuto 180 sì, 169 no e un''astensione. La mozione del leader del Partito socialista ha ricevuto i voti dei parlamentari di Unidos Podemos e di altri gruppi minori e partiti regionali come gli indipendentisti catalani del PdeCAT e di Esquerra Republicana. Anche se decisivi per la sfiducia a Rajoy sono stati i voti dei cinque deputati del Partito nazionalista basco (Pn).


A meno di rivolgimenti dell’ultimo minuto, venerdì Mariano Rajoy, presidente del governo spagnolo, sarà sottoposto dal Parlamento a formale mozione di censura e la perderà, cedendo l’incarico al leader del Partito socialista, Pedro Sánchez, promotore della votazione. La matematica parlamentare dice che Rajoy è spacciato: Sánchez si è assicurato il voto di Podemos, e giovedì, nel dibattito parlamentare che ha preceduto il voto di stamane, le forze indipendentiste catalane e basche rappresentate nel Parlamento di Madrid hanno annunciato che voteranno assieme con il blocco di sinistra e contro Rajoy, in modo da ottenere la maggioranza assoluta. Durante il dibattito, Rajoy si è difeso con i denti, ha accusato il socialista Sánchez di aver forgiato un’alleanza con i populisti (Podemos) e con gli indipendentisti che vogliono distruggere l’unità nazionale (i partiti baschi e, soprattutto, le formazioni catalane che hanno provocato la crisi indipendentista degli ultimi mesi).

 

Le sue parole non hanno convinto l’Aula, che con ogni probabilità domani voterà contro di lui, ma Rajoy sa bene quali corde toccare. Negli ultimi giorni, le turbolenze politiche spagnole sono arrivate subito dopo quelle italiane nella classifica delle preoccupazioni dei mercati internazionali. In Spagna nessun partito contesta la permanenza del paese nell’euro (questa è una grande forza che contraddistingue la Spagna: anche gli antisistema sono europeisti) e il paese non dovrebbe cadere in una spirale di instabilità: secondo la legge, se Rajoy dovesse essere sfiduciato gli subentrerebbe automaticamente Sánchez. Ma a ben guardare, è facile capire perché la nuova stabilità del leader socialista fa preoccupare i mercati: Sánchez, ammiratore di Matteo Renzi e di Felipe González all’inizio della sua carriera, si è avvicinato progressivamente alle posizioni di Podemos, e oggi invoca lo sforamento dei limiti di deficit e l’eliminazione delle ricette politiche liberali che hanno riportato a galla la Spagna sotto il governo conservatore.

 

Rajoy è spacciato, ma potrebbe ancora tentare un colpo di coda: dimettersi prima del voto di oggi. In questo modo annullerebbe la mozione di censura e rimarrebbe alla Moncloa come premier facente funzioni, in attesa che re Felipe VI apra le consultazioni – queste sì dal sapore molto italiano. Ha promesso che non lo farà, ma anche da un tecnocrate puro come il premier spagnolo ogni tanto può arrivare qualche zampata politica.

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