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I cavalli, i “cuori stranieri” e il futuro dell’Ue secondo il polo Orbán- Kaczynski

L’Ungheria è una democrazia mondata dal liberalismo che i leader di Budapest e Varsavia considerano un cancro che sta uccidendo il Vecchio continente

7 Aprile 2018 alle 06:21

I cavalli, i “cuori stranieri” e il futuro dell’Ue secondo il polo Orbán- Kaczynski

Una manifestazione di sostenitori di Orban e Kaczynski a Budapest (foto LaPresse)

Milano. “In Ungheria, quando si ha fiducia in qualcuno, si usa dire: ‘Possiamo andare a rubare cavalli insieme’”. Così, nel 2016, il premier magiaro Viktor Orbán ha manifestato la sua stima nei confronti del polacco Jaroslaw Kaczynski, che è suo collega de facto pur non avendo cariche istituzionali – già primo ministro una decina di anni fa, Kaczynski dal 2015 guida per interposta persona l’esecutivo di Varsavia, in qualità di leader del partito Libertà e Giustizia. “C’è una stalla particolarmente grande che si chiama Unione europea e lì possiamo rubare cavalli insieme con gli ungheresi”, ha replicato Kaczynski.

 

Attraverso questi calembour equestri da avventurieri della puszta, i due uomini forti hanno intrecciato un’intesa culturale prima che politica e hanno cercato di sviluppare nei rispettivi paesi i prolegomeni a una controrivoluzione capace di estendere la sua forza di attrazione oltreconfine e di annacquare quello che nelle cancellerie di Varsavia e Budapest è vissuto come un paternalistico, e suicida, dogma europeo: il liberalismo.

 

Domani in Ungheria si vota e Orbán misurerà il consenso per il suo partito Fidesz, che governa dal 2010: l’esito sembra scontato e si attende soltanto di scoprire se Fidesz raggiungerà i due terzi dei seggi come nel 2010 e nel 2014. In questi otto anni Orbán ha occupato ogni spazio, ha imposto uomini fidati nelle università, nei media e nei teatri (che sono centrali nella società ungherese) ed è intervenuto con mano pesante nella magiarizzazione e nella cristianizzazione di ogni manifestazione culturale promossa dallo stato. No, l’Ungheria non è una dittatura, ma, secondo la definizione dello stesso Orbán, è una “democrazia illiberale”. In altre parole, l’Ungheria è una democrazia mondata dal liberalismo, che, secondo Orbán e Kaczynski, è un cancro che sta uccidendo il Vecchio continente. E proprio su questo punto insiste la Kulturkampf polacco-ungherese.

 

Il nemico, sia per Orbán sia per Kaczynski, è l’afflusso di capitali stranieri in settori chiave. Il nemico è il cosmopolitismo. Il nemico è il multiculturalismo. Il nemico è chi opera per diluire la natura cristiana della nazione. In Polonia, “cristiano” significa “cattolico”; in Ungheria, dove ci sono sia cattolici sia protestanti (Orbán ad esempio è protestante), “cristiano” significa genericamente “cristiano”; però in entrambi paesi, troppo spesso, “cristiano” significa anche “non musulmano”, qualora ci si riferisca all’immigrazione più recente, e soprattutto “non ebreo”, se invece ci si riferisce ad autoctoni. Un’altra espressione, apparentemente pudica ma dalle risonanze sinistre, per riferirsi a cittadini di altra religione è “persone con il cuore straniero”. In ogni caso, il nemico è soprattutto George Soros, ebreo ungherese-americano, additato dalla propaganda locale e internazionale come l’archetipo del “non cristiano”, che usa i suoi soldi per favorire la sostituzione etnica e l’implosione dell’Europa.

 

La Polonia e l’Ungheria hanno delle differenze. La prima è slava, ed è circondata da paesi slavi, la seconda è invece un’isola estranea in un mare slavo, con una lingua e una cultura proprie. A Varsavia il sentimento antirusso è fortissimo, mentre a Budapest, anche per ragioni di opportunità energetica, i rapporti con Vladimir Putin non sono tesi. La Rzeczpospolita Polska ha più di 38 milioni di abitanti e, dopo la Brexit, è diventata il quinto paese più popoloso dell’Unione europea, la Magyarország, invece, è un peso leggero, con meno di dieci milioni di residenti. Ma i due paesi hanno molto in comune, e molto in comune hanno Orbán e Kaczynski, che Politico.eu ha definito “i nuovi comunisti” – perché entrambi possono contare su opinioni pubbliche che, forgiate da anni di autoritarismo, sono avvezze a manovratori permissivi soltanto con chi non li disturbi, secondo lo stile di János Kádár, leader per più di trent’anni dell’Ungheria comunista.

 

La cabina di regia dell’azione politico-culturale di Orbán e Kaczynski è il cosiddetto gruppo di Visegrad, che include anche la Repubblica Ceca e la Slovacchia. Ma sono soprattutto Viktor & Jaroslaw a interpretare il ruolo di guastatori nell’Ue, impuntandosi sulla gestione dei flussi migratori e poi, a cascata, su molti altri dossier. Definirli antieuropei è fuorviante. I due si sentono, al contrario, turbo-europei e come tali si comportano: “Ventisette anni fa, qui in Europa centrale, pensavamo che l’Europa fosse il nostro futuro, ora sentiamo di essere noi il futuro dell’Europa”, ha detto il premier ungherese l’estate scorsa. Kaczynski e Orbán non accettano più di essere alla periferia di un’Europa che ha il suo centro in Occidente e vogliono proiettare su tutto il continente il loro progetto di stato-fortezza, impermeabile a ogni afflusso allogeno, sia esso un profugo oppure un’idea “liberale” insufflata da un’università finanziata da Soros e dal suo “cuore straniero”.

 

Alla base c’è quella paura già individuata negli anni Quaranta dall’ungherese István Bibó in “Miseria dei piccoli Stati dell’Europa orientale” (il Mulino) e in altri deliziosi scritti: la paura di paesi che hanno subito una raffica di dominazioni straniere e che non vogliono aggiungere nuovi voci al cahier de doléances della loro identità strapazzata (la Polonia) o che sentono una saudade mitteleuropea per quello che erano e non sono più e che ora non vogliono mollare nemmeno un lacerto della loro sovranità (l’Ungheria). Non è un caso che Orbán abbia concesso la cittadinanza a più di un milione di ungheresi che vivono oltre i confini contenitivi disegnati nel 1918 – il 6 per cento degli abitanti della Romania e quasi il 10 per cento degli abitanti della Slovacchia sono di lingua e cultura magiara e ci sono minoranze ungheresi importanti anche in Serbia, in Ucraina e in altri paesi vicini. Nel 2015 il presidente della Commisione, Jean-Claude Juncker, ha salutato l’arrivo di Orbán a un vertice europeo con le parole: “The dictator is coming!”. Juncker stava soltanto scherzando. Perlomeno in quell’occasione.

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Commenti all'articolo

  • Carletto48

    09 Aprile 2018 - 00:12

    Se il liberalismo occidentale ha portato a considerare l'uomo reale un'appendice del sistema finanziario/produttivo mondiale estirpando violentemente le radici cristiane, mi sembra che abbiano ragione Ungheria e Polonia a considerarsi il retaggio dell'Europa civile. E questo dà molto fastidio ai vari potentati.

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  • Beresina

    Beresina

    07 Aprile 2018 - 18:06

    Forse bisognerebbe ripensare il liberalismo che nella concezione attuale è diventata una concezione astrattamente neutrale dell'organizzazione della società per cui la maggioranza di un paese non ha il diritto di affermare la propria identità nazionale, culturale religiosa, perché questo viene tacciato di atteggiamento oppressivo verso le minoranze anche se queste hanno in realtà tutta la liberà di espressione garantita da principi liberali sanamente intesi. Ora siamo invece al dominio delle minoranze di tutti i tipi, generi e qualità che impediscono qualsiasi affermazione identitaria. I liberali italiani che lottavano per la libertà e l'indipendenza della patria sarebbero ora respinti dal preteso nuovo ordine cosiddetto liberale...

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  • branzanti

    07 Aprile 2018 - 11:11

    Le ragioni del successo di questa "democrazia illiberale" (molto illiberale poco democratica) sono chiaramente spiegate nell'articolo. Resto tuttavia molto perplesso che paesi, che hanno sofferto gli orrori del comunismo e del nazismo, possano abbracciare una simile deriva totalitaria.

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    • Beresina

      Beresina

      11 Aprile 2018 - 18:06

      Ma non è una deriva totalitaria quella per cui un bus che circolava per controbattere all'ideologia di genere era soggetto ad ostracismo delle autorità pubbliche che si consideravano evidentemente molto "liberali" o un manifesto che mostrava la realtà dell'aborto è stato rimosso in nome evidentemente della libertà d'espressione...?

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