Viktor Orban (foto LaPresse)

Orban, la famiglia e il calcio

Paola Peduzzi

Per capire il premier ungherese basta salire su un trenino, andare allo stadio, seguire un ex amico e il genero in chief

La famiglia e il calcio. Anche un uomo come Viktor Orban – premier ungherese rafforzato da una rielezione di enorme successo al voto di due giorni fa, capobranco dei cosiddetti democratici illiberali che sono più illiberali che democratici – visto da vicino è un uomo come gli altri: con una passione sportiva che è ossessione (Orban è stato calciatore professionista), e con un occhio di riguardo per la propria famiglia. Parecchi giornalisti sono andati a Felcsut, un paese di mille e seicento persone che sta a poco più di 45 chilometri da Budapest, direzione ovest: qui c’è quello che è considerato il santuario dell’orbanismo, la Pancho Arena, uno stadio di calcio che rievoca il soprannome del giocatore più famoso della storia ungherese, Ferenc Puskas, che ha una capienza più del doppio (3.500 posti) della popolazione di Felcsut, e che è di fianco a dove Orban è cresciuto.

 

Inaugurato nel 2014, lo stadio non è molto frequentato, ma Orban ci va spessissimo, ci porta i suoi ospiti internazionali, anche quelli che detestano il calcio, al punto che corre voce che l’unico modo per avere un minimo accesso al premier e al suo entourage sia fare la posta all’ingresso dello stadio. Per agevolarne la frequentazione, Orban ha anche fatto costruire una piccola ferrovia, che passa tre volte al giorno e conta una trentina di passeggeri di media, e che finisce ad Alcsutdoboz, dove Orban visse fino ai suoi dieci anni e dove suo padre ha comprato, sette anni fa, una residenza per la famiglia. La ferrovia che collega i luoghi del giovane Orban è costata due milioni di euro, per l’80 per cento coperti dai finanziamenti europei, ed è diventata uno scandalo un paio di anni fa, al punto che alcuni funzionari dell’Ue sono andati a ispezionare la ferrovia, e dato che c’erano anche lo stadio, per capire fino a che punto sono stati fregati da quel premier ungherese che attinge al portafoglio dell’Ue mentre si mette di traverso su tutto, in Europa, diventando la star di una nuova destra antisistema (Steve Bannon lo segue da vicino, ammiratissimo). A costruire entrambi, stadio e ferrovia, è stato Lorinc Meszaros, amico di infanzia di Orban, che per buona parte della sua vita ha fatto l’operaio specializzato di impianti di gas e ora compare al quinto posto dei più ricchi d’Ungheria. In una rara intervista, gli è stato chiesto come ha fatto a far crescere il suo business più in fretta di quanto abbia fatto Zuckerberg, e Meszaros ha risposto: “Forse sono più intelligente”. Come ha raccontato il Financial Times, Meszaros fa parte di quella cerchia di oligarchi che ha preso il posto del primo e unico oligarca dell’Ungheria orbaniana: Lajos Simicska, compagno di scuola, di militare e di università di Orban, co-demiurgo del partito di governo Fidesz, nato sulle ceneri di un gruppo giovanile prodemocratico degli anni Ottanta. Simicska, che è diventato un tycoon dei media, è stato l’alter ego di Orban fino al 2015, quando i due hanno litigato pare per una visione diversa del futuro del partito e del paese. Forse la strategia politica c’entra poco ed è più una storia di potere che deturpa amori e amicizie, fatto sta che i due si sono odiati pubblicamente:durante questa campagna elettorale, Simicska ha fornito creatività e soldi al partito nazionalista Jobbik, ultimo capitolo di quella che gli ungheresi chiamano “la guerra Orban-Simicska” lanciata dall’urlo dell’ex amico ripudiato: “Questa banda di criminali schifosi deve andarsene”.

 

Tra gli oligarchi che hanno preso il posto del primo amico il più chiacchierato è il genero di Orban, István Tiborcz, che ha sposato nel 2013 la prima dei cinque figli del primo ministro, Rahel (fu un matrimonio faraonico, balli fino al mattino, nella tenuta del genero: il tabloid ungherese Blikk ebbe l’esclusiva, si dice per volere dello stesso Orban). La giovane coppia è il bersaglio preferito degli oppositori del governo, Ivanka e Jared in versione ungherese: lui si è arricchito con un business cresciuto anche questo a ritmi rapidissimi di illuminazione delle città: dopo l’inchiesta dell’Europa – sì, erano sempre fondi europei – Tiborcz ha venduto l’azienda, Elios, a un altro imprenditore vicino a Fidesz. Ora si occupa di real estate, ma è finito di nuovo in uno scandalo: questa volta però ha cercato di difendersi. A fine marzo il genero in chief d’Ungheria ha rilasciato una rara intervista a Origo (giornale di proprietà del figlio del presidente della Banca nazionale d’Ungheria, György Matolcsy, grande amico di Orban), in cui ha detto che gli affari ora non stanno andando benissimo, si guadagna poco e senza continuità. La sua versione è stata commentata dall’opposizione assieme alle immagini di una casa appena acquistata da Tiborcz, in una delle zone più belle di Budapest (lato Buda): pare che sia il prossimo domicilio della coppia e della loro bambina, Aliz, due anni a giugno, nipotina prediletta di nonno Viktor.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi