Perché Puigdemont resta in Belgio in attesa di “garanzie”

L’ex governatore vuole creare una specie di governo catalano in esilio, ma dice che riconoscerà le elezioni indette da Rajoy. Tutte le contraddizioni e i prossimi passi

31 Ottobre 2017 alle 14:30

Perché Puigdemont resta in Belgio in attesa di “garanzie”

Carles Puigdemont, presidente catalano deposto, ha tenuto a Bruxelles uno dei suoi discorsi più attesi: dopo la fuga Belgio a seguito della richiesta di incriminazione da parte della procura spagnola, tutti si chiedevano come avrebbe risposto l’ex president a chi lo accusava di aver abbandonato i suoi nel momento più drammatico del processo indipendentista catalano.

 

Puigdemont è apparso davanti ai giornalisti con venti minuti di ritardo, ha parlato per una ventina di minuti alternando quattro lingue: inglese, francese, catalano e spagnolo. Ma nonostante l’eccellente capacità di favella, ha fornito poche risposte e nessuna chiarezza riguardo ai dubbi che lo circondano.

 

In compenso, Puigdemont ha manifestato numerose contraddizioni. Dapprima ha detto che, davanti all’applicazione dell’articolo 155 da parte dello stato spagnolo, la prima opzione dell’ex governo catalano è stata quella di evitare la violenza e la contrapposizione. Ha detto che non ha voluto chiedere ai funzionari pubblici catalani di schierarsi e di decidere a quale stato essere fedele. Nobile, ma poco dopo li ha chiamati alla “resistenza” contro la demolizione delle istituzioni della Catalogna. Prima contraddizione.

 

   

L’ex “president” ha detto inoltre di non essere in Belgio per chiedere asilo politico. Ha detto che “noi non vogliamo fuggire dalla giustizia spagnola”, e che lui e i sette ex ministri catalani (erano cinque, se ne sono aggiunti due) si trovano a Bruxelles in qualità di “governo legittimo” della Catalogna per denunciare il deficit democratico del governo spagnolo. Ha aggiunto però che lui e i suoi non torneranno in Catalogna né in Spagna finché non ci saranno sufficienti “garanzie legali”. Seconda contraddizione, ma interessante: l’idea che se ne ricava è che Puigdemont e i suoi intendano formare una specie di governo catalano in esilio a Bruxelles.

 

Infine, pur confermando che la repubblica catalana è già una realtà, Puigdemont ha detto che riconoscerà il risultato delle elezioni catalane del 21 dicembre, quelle indette dal governo spagnolo con i poteri del 155. Si tratta di della terza contraddizione palese, ma anche in questo caso il messaggio politico è degno di nota: le forze indipendentiste parteciperanno alle elezioni, e tenteranno probabilmente di trasformare il voto in un nuovo referendum pro o contro l’indipendenza.

 

Ma “le cose si evolvono di giorno in giorno”, ha concluso Puigdemont, segno che, almeno per ora, il campo indipendentista in esilio gioca di tattica ma manca di una strategia.

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Commenti all'articolo

  • Beresina

    Beresina

    31 Ottobre 2017 - 17:05

    Capisco che il foglio è dall'inizio contrario all'indipendenza catalana, ma il commento mi sembra totalmente ingiusto e anche "miope". Ho sentito spesso i critici di accusare Puidgemont ecc di essere avventurieri, ma mi sembra che anche la posizione assunta a Bruxeles mostri chiaramente il contrario. gli indipendentisti non vogliono raggiungere i loro obiettivi con la violenza ma scelgano la strada della moderazione e della libera espressione della volontà popolare, com'era del resto con la scelta del referendum. Perché non si è lasciato svolgere regolarmente il referendum? Si sostiene che in ogni caso la maggioranza dei catalani non è per l'indipendenza. E allora perché non si è lasciata loro la libertà di esprimersi? Adesso accettando le elezioni gli indipendentisti raccolgono la sfida, come ha detto chiaramente Puidgemont, pronti ad accettare il responso delle urne. Ma il governo spagnolo è pronto a rispettare una eventuale maggioranza indipendentista?

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