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C’è un libro che spiega il triangolo che può gestire la crisi di “Rocket Man”

Politica, economia, sicurezza e alleanze. Si apre oggi il diciannovesimo conclave del Partito comunista. No, non è uguale a tutti gli altri, anche perché il mondo intanto si è un po’ capovolto

Giulia Pompili

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pompili@ilfoglio.it

18 Ottobre 2017 alle 09:32

C’è un libro che spiega il triangolo che può gestire la crisi di “Rocket Man”

Roma. Quando il 28 settembre scorso il primo ministro giapponese Shinzo Abe e il ministro degli Esteri Taro Kono si sono presentati all’ambasciata cinese a Tokyo, i quasi duemila presenti non credevano ai loro occhi. La visita era stata decisa all’ultimo momento, ed è stata interpretata come un’apertura dal profondo significato simbolico. Nello stesso giorno in cui indiceva nuove elezioni politiche, Abe ha voluto anche presenziare alla festa per la Giornata Nazionale della Repubblica popolare cinese, primo leader nipponico a farlo negli ultimi quindici anni. Un gesto che è stato apprezzato perfino a Pechino, che poi ha inviato un telegramma di congratulazioni per il 45esimo anniversario della normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Cina e Giappone. Abe ha perfino invitato il leader cinese Xi Jinping a visitare il Giappone nel 2018, un altro segno d’apertura impensabile fino a poco tempo fa.

 

Per capire l’Asia, è necessario conoscere la sua storia. Dopo il periodo della Guerra Fredda, quando per la Cina il nemico era l’America capitalista, Pechino aveva attraversato un periodo di rapporti piuttosto normali con il Giappone, che si stava trasformando nella seconda economia del mondo. Cina e Giappone sono tornati ai ferri corti nel 2010, quando è esplosa – quasi improvvisamente – la disputa sulle isole Senkaku. Nella capitale cinese c’era chi attaccava fuori dai locali cartelli con su scritto “vietato l’ingresso ai cani e ai giapponesi”, alcune compagnie giapponesi in Cina furono boicottante quando non vandalizzate, e il sentimento antinipponico è cresciuto costantemente negli ultimi anni (secondo un famoso sondaggio della Bbc, il 90 per cento dei cinesi ha un’opinione negativa del Giappone). C’è lo zampino della propaganda cinese, nel periodico riaccendersi delle questioni antigiapponesi in Cina: quando qualcosa non funziona internamente, basta concentrare gli sforzi su un nemico esterno. Ma i rapporti diplomatici tra i due paesi sono ben più articolati, e il terzo giocatore della partita non può che essere l’America. Lo spiega il giornalista australiano Richard McGregor in “Asia’s Reckoning”, volume di recente pubblicazione per Penguin. La presenza americana nel Pacifico, scrive McGregor, è una scelta ponderata e legata agli interessi strategici di Washington. La presenza cinese, invece, è una questione di “realtà geopolitica”. Vale a dire: non possiamo considerare l’Asia senza tenere in considerazione l’influenza di Pechino nell’area. Dopo l’elezione di Donald Trump a Washington, la politica dell’America First ha ribaltato il Pivot to Asia di Barack Obama. Ma come mai, si domanda McGregor, la prima persona a cui telefona Trump dopo ogni missile nordcoreano è proprio Shinzo Abe? Nonostante il leader giapponese continui, come ha sempre fatto, a inviare offerte al santuario Yasukuni – il controverso santuario shinoista dove riposano le anime dei caduti di guerra nipponici, odiato dai cinesi perché tra di loro ci sarebbero almeno sette criminali di guerra – il Giappone si è ritagliato il ruolo di grande mediatore occidentale nella partita contro la Corea del nord. E’ anche in quest’ottica che va letto il tentativo di riavvicinamento di Abe a Pechino.

 

Poi c’è la questione nordcoreana. Donald Trump, sin dalla sua elezione, ha più volte strapazzato la Cina per “non aver fatto abbastanza” contro le provocazioni nucleari e missilistiche di Pyongyang. Ma lo ha fatto mentre si avvicinava ancora di più a Tokyo (nessun presidente aveva mai messo per iscritto che le Senkaku fanno parte del territorio sotto la protezione americana, e quindi giapponese). Eppure Pechino, responsabilizzata dall’opinione pubblica occidentale – “ormai anche al bar sotto casa sanno che se c’è un paese che può risolvere la questione nordcoreana, quello è la Cina”, diceva giorni fa informalmente al Foglio un funzionario sudcoreano – ha fatto dei passi decisivi contro Kim Jong-un. Le ultime sanzioni economiche decise dal Consiglio di sicurezza dell’Onu sono state approvate all’unanimità, nonostante Pechino non abbia mai creduto molto nell’efficacia delle sanzioni. Tra poche settimane, le società nordcoreane in Cina dovranno chiudere: sono per lo più ristoranti, niente di determinante per l’economia di Pyongyang, ma è un taglio netto all’ingresso di cittadini nordcoreani nel paese dove più si sentivano sicuri. E’ anche vero che Xi Jinping non ha grande simpatia per Kim Jong-un. Lo ha raccontato pure Max Baucus, ultimo ambasciatore americano in Cina, che intervistato dalla Bbc ad agosto ha detto di non aver mai sentito parlare il presidente cinese così tanto male di qualcuno come quando parla di Kim Jong-un: “La Cina quasi vuole la stabilità ed è disposta a tollerare l’incertezza sul futuro missilistico di Kim, a condizione che la penisola rimanga stabile economicamente e politicamente. Non vuole una crisi di rifugiati nordcoreani in Cina, ma non vuole nemmeno che l’influenza americana e sudcoreana nell’area aumenti”. Da questo punto di vista Xi Jinping, il leader forte che usa le crisi fuori dai suoi confini per legittimarsi internamente, somiglia tanto al capo del mondo libero Donald Trump. Dopo questo Congresso si capirà meglio anche il futuro che vuole per l’Asia orientale. 

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