Cosa vuole il ciudadano Albert Rivera dalla crisi in Catalogna

Il partito centrista è più unionista di Rajoy, difficile per una formazione di origini catalane. Una deputata ci spiega la strategia

Eugenio Cau

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Cosa vuole il ciudadano Albert Rivera dalla crisi in Catalogna

Albert Rivera (foto LaPresse)

Roma. Ciudadanos, partito centrista con le radici a Barcellona e il cuore a Madrid, ha assunto una posizione difficile davanti alla gran crisi dell’indipendentismo catalano. Partito nato in Catalogna e cresciuto lì, che solo da pochi anni ha fatto il salto nazionale, davanti all’idea della secessione si è fatto più realista del re, o meglio: più unionista di Mariano Rajoy. Albert Rivera, leader trentenne cresciuto a Barcellona, dal primo di ottobre, giorno del referendum illegale, pungola il primo ministro spagnolo. I media internazionali considerano la posizione di Rajoy troppo dura, ma Rivera gli dà di indolente. Gli spagnoli temono che il governo si lasci prendere la mano e applichi con troppa durezza l’articolo 155 della Costituzione, ma Rivera dice: avremmo dovuto applicare il 155 già dal 2 di ottobre. Durante il dibattito parlamentare di tre giorni fa, quando Rajoy ha annunciato l’attivazione del 155 attraverso l’invio di un “requerimiento” al governo di Barcellona, Rivera era infine trionfante. Tanto che Pablo Iglesias, capo di Podemos, ha ironicamente messo in guardia Rajoy dal giovane leader. Stia attento signor presidente, ha detto, perché Rivera è la quinta colonna di José María Aznar, l’ex premier che ha rotto i rapporti con Rajoy e adesso cerca di costruirsi uno spazio politico a destra del Partito popolare. Rivera ha riso, ha detto che lui non ha problemi a stare con tutti quelli che sono per la Costituzione, vale a dire certo Aznar, ma anche Felipe González e lo stesso Rajoy, ma non ha smentito l’accusa. Per il giovane leader ciudadano, che ormai è un politico nazionale e sta costruendo una carriera stellare, la crisi della Catalogna è diventata l’occasione perfetta per mettere le mani su un elettorato ambito, vale a dire tutti quegli elettori di centro e di destra che sentono forte la causa unionista ma non possono vedere il suo principale difensore, Mariano Rajoy.

 

Sul territorio, invece, per Ciutadans, l’incarnazione originaria e catalana di Ciudadanos, è più difficile essere più unionisti di Rajoy. Ciutadans è il partito singolo più rappresentato nel Parlament di Barcellona, la sua leader locale, Inés Arrimadas, può essere definita il capo dell’opposizione, e martedì scorso, nella seduta parlamentare in cui Carles Puigdemont ha dichiarato e poi sospeso l’indipendenza, ha tenuto un discorso appassionato e duro contro il nazionalismo catalano che è stato molto applaudito e che abbiamo tradotto sul Foglio.

 

Ma appunto, in una regione divisa perfettamente a metà tra unionisti e separatisti, per ogni applauso si riceve anche uno schiaffo, e i ciutadans ne hanno ricevuti tanti. I loro leader sono spesso oltraggiati e offesi su internet e in strada, e per forza di cose ammorbidiscono alcune delle posizioni dure dei loro colleghi di Madrid. Lorena Roldán, deputata al Parlament e portavoce di Ciutadans, dice al Foglio che l’articolo 155 deve essere un mezzo. L’obiettivo dei centristi a Barcellona è far cadere Puigdemont e indire nuove elezioni autonomiche. “Noi non chiediamo l’applicazione del 155 per se. Ciò che vogliamo sono nuove elezioni, per consentire al popolo catalano di esprimersi per davvero. E se il 155 è l’unico modo per indire nuove elezioni (teoricamente, sarebbe nei poteri del governo farlo, ndr), allora va bene il 155”. In effetti, per un partito catalano è dura invocare a gran voce la fine dell’autonomia regionale, ma Roldán dice che ormai la situazione è critica. “I movimenti indipendentisti hanno messo a rischio la convivenza sociale. Il Parlament è chiuso da mesi per consentire ai politici di organizzare il processo indipendentista, nessuno si occupa più dei problemi comuni. Si è svegliata la ‘maggioranza silenziosa’ dei catalani che non vogliono la secessione, ma ormai anche gli elettori indipendentisti sono delusi. Puigdemont e i suoi hanno promesso qualcosa che non possono ottenere”. Secondo i sondaggi, in realtà, se ci fossero elezioni in Catalogna domani i partiti indipendentisti non perderebbero voti, anzi. Ma a Ciutadans sono sicuri: “Ormai la situazione è cambiata, i catalani hanno capito che c’è un progetto alternativo, e che è il nostro”.

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