Puigdemont tentenna

Il governatore catalano continua a prendere tempo perché è alle corde. La strategia del rinvio

16 Ottobre 2017 alle 20:36

Puigdemont tentenna

LaPresse/EFE

Roma. La crisi catalana è ormai come le profezie dei testimoni di Geova: piena di giorni del giudizio che non si rivelano tali. Ed esattamente come i testimoni di Geova hanno predetto la fine del mondo una mezza dozzina di volte, per poi rimandare la data dell’apocalisse quando questa arrivava e non succedeva nulla, così i leader spagnoli e catalani giocano entrambi sulla difensiva, dilazionando i tempi e aspettando di vedere chi sarà il primo a cedere. Nelle ultime due settimane, in almeno tre occasioni, il governatore catalano Carles Puigdemont è sembrato sul punto di scatenare la crisi e fare il grande passo verso il distaccamento della Catalogna dalla Spagna, e per tre volte ha tentennato. Ieri, davanti all’ultimatum del governo (dicci se hai davvero dichiarato l’indipendenza, altrimenti applichiamo l’articolo 155 della Costituzione), ha tentennato di nuovo, non ha rivelato cosa intende fare della sua dichiarazione d’indipendenza “sospesa”, e ha chiesto di iniziare “due mesi di trattative” per arrivare a un accordo con il governo. Il premier Mariano Rajoy, prima per bocca della sua vice e poi con una lettera pubblica, escludendo a priori il dialogo finché ogni pretesa indipendentista non sarà lasciata cadere, ha deciso di non vedere ancora il bluff di Puigdemont, e gli ha dato altri tre giorni di tempo, fino a giovedì alle 10 del mattino, per spiegare la sua situazione. In pratica, l’ennesimo giorno del giudizio è sfumato, e ieri anche l’unica possibile svolta della situazione – vale a dire la richiesta di arresto senza condizionale per Josep Lluís Trapero, il fascinoso capo dei Mossos d’Esquadra, accusato di sedizione per aver disobbedito agli ordini il giorno del referendum e aver complottato con gli indipendentisti contro lo stato – si è rivelata l’ennesima delusione: il giudice ha rifiutato la richiesta del procuratore, lasciando Trapero in libertà vigilata e imponendogli di non lasciare la Spagna.

  

Così ci si inizia a chiedere quanto potrà durare questa strategia dell’elusione messa in piedi da Puigdemont, e se davvero giova alla causa indipendentista. “Puigdemont sta cercando di prendere tempo perché è alle corde. Ha venduto un progetto politico che non può e forse non vuole realizzare, ma al tempo stesso ha un problema con la Cup, il partito antisistema che è decisivo per il suo governo e spinge per dichiarare l’indipendenza unilateralmente”, dice al Foglio Jorge del Palacio Martín, professore di Scienze politiche all’Università Rey Juan Carlos di Madrid. “Così mantiene viva la sfida indipendentista, nell’attesa che una risposta dello stato restituisca fiato al discorso vittimista dei secessionisti”.

  

Secondo i piani per l’indipendenza sequestrati dalla Guardia civil nei palazzi della Generalitat, trascinare il confronto con lo stato fino a generare un conflitto permanente favorevole alla scissione è una delle tattiche previste da Puigdemont e i suoi. Gli indipendentisti hanno bisogno che Rajoy applichi il 155 in maniera dura, ma lui per ora sta dosando la risposta. “Anche in caso di applicazione del 155, bisogna ricordare che l’articolo costituzionale è molto aperto, non prescrive in maniera esplicita quali misure il governo dovrà adottare. Rajoy ha un enorme margine di decisione e grande capacità di manovra e, a mio parere, cercherà di dare una risposta il più possibile proporzionale e misurata, proprio per evitare la reazione vittimista”, dice del Palacio. Il fatto è che il premier ha tutto il vantaggio a trascinare la questione catalana il più possibile, mentre la strategia della dilazione di Puigdemont è a scadenza: la volata indipendentista rischia già di squagliarsi, e ogni giorno d’attesa aumenta le divisioni interne tra le forze secessioniste. “Rajoy è molto bravo ad approfittare delle fratture tra i gruppi radicali per portarli a dissolversi tra loro”, commenta del Palacio.

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