Gli anti secessionisti

Articolo 155 e attivismo locale. Un piano per resistere alla Brexit catalana

Eugenio Cau

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3 Ottobre 2017 alle 09:58

Gli anti secessionisti

Barcellona. Domenica, mentre già circolavano le immagini della violenze della Guardia civil in Catalogna e tutto il mondo stava iniziando a cantare la stessa canzone in cui uno stato autoritario (la Spagna, davvero?) opprime una minoranza pacifica, la prima contromossa è arrivata da un meme diffuso via internet. Vi si vedeva un ragazzo biondiccio votare prima a un seggio, poi a un altro, poi a un altro e un altro ancora. Quattro voti in totale depositati dalla stessa persona, che restituivano un messaggio evidente: un referendum pasticciato così non può pretendere di essere la vera espressione della volontà del popolo catalano. Le foto erano state diffuse da Societat civil catalana, un’associazione contraria all’indipendenza che da anni fa attivismo per “riportare senno a questa pazzia” dell’indipendentismo. Dalla sede di Carrer Còrsega la vicepresidente di Societat civil, Miriam Tey, ci dice che effettivamente c’erano loro dietro la foto (ne sono poi seguite molte altre) e che avevano inviato dei volontari per verificare che il voto fosse se non legale (cosa che non è mai stata) quanto meno corretto. Ma Tey ha un messaggio ancora più duro: domenica in Catalogna “si è consumato un golpe”.

 

In una realtà dove i movimenti sociali e le associazioni civili sono tutti potenti, ricchissimi e a favore dell’indipendenza, e hanno giocato un ruolo fondamentale durante il processo referendario, Societat civil catalana è una anomalia. E’ una associazione catalana, finanziata da un gruppo di imprenditori locali, ma è contro l’indipendenza. E’ la controparte della gran massa dei movimenti indipendentisti e, in un certo senso, è la (debole) resistenza.

 

“I catalani che parlano lo spagnolo come lingua madre sono più del 50 per cento della popolazione – dice Tey – ma in questi giorni sembra che non esistiamo”. Secondo i sondaggi, i catalani che non vogliono staccarsi dalla Spagna sono poco più della metà del totale, ma durante tutto il processo referendario è sembrato che la Catalogna fosse un unico blocco secessionista. “Gli indipendentisti hanno un’eccezionale potenza di fuoco, sono organizzati a livello capillare sul territorio, sono sostenuti in tutti i modi dal governo di Barcellona, che si comporta come una dittatura: attraverso i vari gruppi che gli sono vicini, vuole insegnare ai cittadini catalani come pensare”. Sembra che ci stia riuscendo, visto che il numero dei favorevoli alla secessione è passato da una piccola minoranza a quasi la metà della popolazione in meno di un quinquennio. Tey sospira. “E’ difficile combattere per lo status quo”, dice. A volte fare la rivoluzione è più comodo, soprattutto quando non badi alle conseguenze.

 

A livello politico, il corrispettivo della Societat (senza che ci siano legami) è il partito Ciudadanos: catalano ma contrario all’indipendenza. E non è un caso, probabilmente, che proprio Albert Rivera, il leader di Ciudadanos, nel corso di una serie di interviste ieri mattina abbia usato esattamente la stessa parola della signora Tey: “Il referendum è stato un golpe contro la democrazia”. Proprio perché rappresenta la “resistenza”, Ciudadanos è particolarmente odiato dagli indipendentisti, e una dei suoi deputati locali, Sonia Sierra, ha detto al Foglio prima del referendum che gli insulti e le molestie contro Rivera e i suoi sono quotidiani. Proprio perché capiscono che la loro voce non è abbastanza sentita, gli unionisti resistenti sono i più duri contro gli indipendentisti. Nelle stesse interviste di ieri mattina, Rivera ha chiesto ufficialmente al governo l’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione.

 

Il 155 è stato il grande fantasma di questi giorni. E’ l’articolo costituzionale che consente al governo di annullare completamente le autonomie dell’amministrazione locale catalana e, se necessario di destituire e sostituire il governo regionale. Il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy ha più volte lasciato intendere che l’applicazione del 155 è sul tavolo ma non si è mai espresso esplicitamente, anche perché il Partito socialista, che pure è contrario all’indipendenza catalana, ha sempre esitato ad applicare l’articolo draconiano. Ma adesso che lo chiede un partito catalano, le cose potrebbero cambiare.

 

Dopo il grande fallimento della giornata di domenica, in cui Rajoy ha sbagliato tutte le strategie e ha perso sia la battaglia del voto (per il semplice fatto che il voto si è tenuto) sia quella del sostegno internazionale (si vedano le prime pagine dei giornali di tutto il mondo ieri), a Madrid ci si affretta a organizzare la resistenza. Il lavoro più importante da fare è quello mediatico, culturale, solidale. Nei caffè di Barcellona, i locali mischiati tra i turisti (che hanno vissuto i giorni referendari con curiosità, come se stessero assistendo a una manifestazione di folklore locale) parlano solo di un numero: 844 (poi diventato 893 a metà giornata di ieri). E’ il numero gigantesco dei feriti durante la giornata referendaria. Quasi tutti lievi, ma tantissimi, e una cifra tanto impressionante rimarrà la macchia più grande nella carriera di Rajoy.

 

La macchina indipendentista ha cercato di massimizzare in tutti i modi il sostegno internazionale provocato dallo sdegno in seguito alle violenze, e ieri la discussione politica si è praticamente sospesa per parlare del grande trauma. Il governatore Carles Puigdemont ha annunciato che costituirà una commissione di inchiesta, e dal municipio di Barcellona, tenuto dalla sindaca Ada Colau, teoricamente neutrale ma in realtà eccezionalmente vicina ai secessionisti, gli alti funzionari in conferenza stampa hanno trascorso ore a descrivere nel dettaglio i casi più gravi dei 302 feriti barcellonesi a favore della stampa. Puidgemont sa che, perché la sua sfida catalana abbia qualche possibilità di successo, è necessario ottenere sostegno e riconoscimento internazionali, e anche ieri ha fatto appello all’Europa perché possa “mediare” tra Madrid e Barcellona. Per parare il colpo Rajoy ha sguinzagliato il suo ministro degli Esteri, Alfonso Dastis, che faceva parte del team che si è occupato del referendum e da settimane cerca di tranquillizzare le cancellerie europee. Per ora le cose vanno a favore di Madrid: il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha definito il referendum illegale, mentre la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno confermato da Tallin di avere in Rajoy il loro unico interlocutore.

 

Organizzare la resistenza interna è più complesso. Rajoy ha incontrato ieri il segretario socialista Pedro Sánchez, incontrerà successivamente tutti gli altri leader e poi, nei prossimi giorni, riferirà in Parlamento. Le copertine terrificanti della stampa internazionale lo hanno reso debole come non mai, ma il suo governo di minoranza dovrebbe rimanere saldo, se non altro per la ben nota assenza di alternative. Rajoy combatterà sul fronte interno una battaglia politica, ché a un certo punto bisognerà aprire un canale di dialogo con i catalani, e giudiziaria: è probabile che il governo di Madrid, appena le acque si saranno calmate, darà seguito alla guerre giudiziaria iniziata contro i leader indipendentisti nei mesi scorsi, tentando quella mossa della decapitazione che non era riuscita con il predecessore di Puigdemont, Artur Mas. Praticamente tutti i leader indipendentisti sono sotto inchiesta, e probabilmente ci saranno azioni disciplinari dure anche per i Mossos d’Esquadra, la polizia catalana che avrebbe dovuto contribuire a placare gli animi e invece ha mostrato piena complicità con i referendari.

 

L’obiettivo degli indipendentisti e specie dei movimenti sociali, adesso, è continuare a fare pressione e fare in modo che il mondo rimanga sintonizzato sul discorso delle vittime catalane oppresse dagli spagnoli potenza occupante. Ieri a Piazza Catalunya hanno manifestato gli studenti e oggi i gruppi di sinistra hanno indetto uno sciopero generale. In settimana, infine, dovrebbe arrivare dal Parlament di Barcellona la dichiarazione di indipendenza unilaterale. In questo contesto, la metà silenziosa dei catalani rimane senza una voce. “I catalani che vogliono rimanere in Spagna hanno paura di dirlo. Appena cercano di esprimersi, sono subito tacciati di fascismo e sono accusati di non essere delle persone perbene”, dice Miriam Tey. “L’altro giorno il vicepresidente catalano, Oriol Junqueras, ha detto riferendosi agli indipendentisti: ‘Noi siamo il bene’. Questo mi sa di Inquisizione”.

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