Donald Trump (foto LaPresse)

Il bluff dei "nastri" di Comey e la strategia di Trump, pessimo giocatore di poker

Mattia Ferraresi

Almeno Nixon sapeva quel che registrava alla Casa Bianca

New York. Venerdì Donald Trump è tornato su Fox News dopo oltre un mese di digiuno televisivo per rassicurare tutti: la strategia che ha usato nel caso di James Comey “non era stupida”. Il dubbio che invece lo fosse aveva assalito molti già da tempo, e la certezza è arrivata quando giovedì il presidente ha deciso di rivelare che non è in possesso di registrazioni dei dialoghi fra lui e l’ex direttore dell’Fbi. Quegli incontri privati sono al centro dell’ipotesi investigativa sull’ostruzione alla giustizia, seduta sopra alla più vasta vicenda della collusione con il Cremlino. Qualcuno ha parlato di ammissione o mea culpa, ma questi generi non sono rappresentati nel repertorio trumpiano, il quale infatti ha dato la notizia in modo sorvegliatissimo, vergando due tweet che con ogni probabilità sono farina del sacco dei suoi avvocati: “Con tutta la sorveglianza elettronica, le intercettazioni, gli ‘unmasking’ e la disseminazione di informazioni di cui si è sentito parlare di recente, non ho idea se ci siano ‘nastri’ delle mie conversazioni con James Comey, ma io non ho fatto né sono in possesso di tali registrazioni”. Sono cinguettii concepiti per offrire pertugi su cui un buon legale potrebbe eventualmente fare leva per difenderlo e allo stesso tempo alimentano le paranoie del suo popolo. La logica è: i nastri non ci sono, è vero, ma con tutti questi mezzi di sorveglianza con cui i nemici interni controllano tutto chissà poi se è vero, nemmeno il presidente (il presidente!) può dirlo con certezza. Il “deep state”, il baubau cospirazionista per eccellenza, è sempre in agguato.

 

 

Sfruttando il potere dell’interpretazione letterale delle dichiarazioni, Trump può perfino sostenere di non aver mai detto che queste registrazioni esistessero. Il famoso tweet del 17 maggio recitava: “James Comey deve sperare che non ci siano ‘nastri’ delle nostre conversazioni prima di iniziare a spifferare alla stampa!”. Nulla di assertivo o minaccioso, stava semplicemente esprimendo una speranza, no? Era solo una speranza , del resto, anche quella che ha formulato davanti a Comey in un incontro a quattr’occhi nello Studio Ovale dopo che aveva fatto uscire dalla stanza il procuratore generale, Jeff Sessions, e il “segretario di qualunque cosa”, Jared Kushner. “I hope you can let this go”, ha detto a proposito dell’inchiesta su Michael Flynn. Comey ha dato un’occhiata al contesto, ai rapporti fra gli interlocutori, si è guardato intorno, ha riflettuto per bene e quella speranza gli è suonata stranamente come un ordine. E allora è stato lui a formulare una speranza davanti ai senatori che lo interrogavano: “Lordy, I hope there are tapes!”.

 

Trump sostiene ora che il solo evocare l’ipotetica esistenza di “nastri” (il fatto che continui a parlare di “tapes” dice tutto sull’immaginario da cui attinge: sembra di veder girare le bobine di vecchi mangianastri) abbia tenuto a bada Comey, che ha offerto la sua versione di fatti avvenuti senza la presenza di testimoni. E, a quanto dice Trump, l’ex direttore dell’Fbi ha confermato tutto quello che lui ha sempre detto, non c’è una virgola di differenza. E’ un altro prodotto della capziosa esegesi letteralista di Trump. La realtà è che questo è l’ennesimo bluff riuscito male. Trump ama concepirsi come uno scaltro giocatore di poker con nervi saldi e senso della psicologia inversa, ma i suoi bluff li vanno a vedere tutti. Si scopre sempre che non aveva nulla in mano. E se lo si prende alla lettera, usando il suo metodo, viene fuori una domanda problematica: davvero il presidente degli Stati Uniti non sa chi e cosa viene registrato nelle stanze della Casa Bianca? Almeno Nixon sapeva quel che faceva.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.