Il premier Matteo Renzi in visita a Washington, insieme al presidente americano Barack Obama (foto LaPresse)

Roma ha la grande chance di diventare il partner privilegiato di Washington

Gianni Castellaneta
Come leggere l’endorsement esplicito di Obama a Renzi. Dopo la Brexit, cosa se ne farà l’America di una Gran Bretagna isolata e ridimensionata, dato che rischierà di perdere persino la Scozia? Roma è per gli Stati Uniti il secondo partner più importante e ideologicamente affine in ambito europeo dopo il Regno Unito.

Matteo Renzi vola negli Stati Uniti e torna a Roma dopo avere incassato l’aiuto più grande in cui potesse sperare: l’invito di Barack Obama a votare Sì al referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Sarebbe superficiale e riduttivo derubricare il sostegno del presidente americano uscente ad assist mediatico per l’alleato europeo: a meno di tre settimane dalle elezioni per la Casa Bianca, Obama non era infatti tenuto a rivolgere un endorsement così esplicito e diretto al leader italiano. Eppure, a ben vedere, siamo proprio sicuri che il presidente degli Stati Uniti abbia invitato il presidente del Consiglio come ospite d’onore alla sua ultima State dinner solo per comunicargli il suo appoggio alla riforma costituzionale? Farebbe quasi sorridere immaginarsi Barack Obama intento a leggere con attenzione la riforma e studiarne il testo nella sua estrema dovizia di particolari.

 

A Washington nessun pranzo è gratuito.  Agli Stati Uniti – così come agli altri principali partner stranieri – del contenuto della nostra riforma importa relativamente poco. L’unica ragione che ha spinto prima l’ambasciatore statunitense in Italia, John Phillips, e poi il presidente Obama a pronunciarsi con tale nettezza in favore del Sì, non è che l’esigenza di tutelare la stabilità politica italiana e, di riflesso, quella dell’Unione europea e dell’Eurozona. La realtà è abbastanza diversa da come viene dipinta in questi giorni da molti media mainstream: i nostri principali partner internazionali ci ritengono ancora complessivamente inaffidabili, e per questo preferiscono un governo che non è ancora  riuscito a rilanciare la crescita, ma che ha saputo garantire stabilità ed evitare una nuova crisi, a un pericoloso salto nel buio che la vittoria del No al referendum potrebbe generare, aprendo la strada a un possibile approdo a Palazzo Chigi del Movimento cinque stelle.

 

Agli occhi degli Stati Uniti, la sopravvivenza del governo Renzi è in questo momento ancora più importante poiché l’imminente uscita del Regno Unito dall’Unione europea priverà la Casa Bianca di uno dei suoi principali alleati nell’ambito delle istituzioni comunitarie. La storica special relationship, che ha visto per molti decenni Londra e Washington uniti da un genuino senso di comunione atlantico, si è trovata di fatto azzoppata all’alba del 24 giugno scorso. Dopo la Brexit, cosa se ne farà l’America di una Gran Bretagna isolata e ridimensionata, dato che rischierà di perdere persino la Scozia la quale, come pare sempre più probabile dalle dichiarazioni della leader dello Snp Nicola Sturgeon, chiederà la convocazione di un nuovo referendum per rimanere nell’Ue e abbandonare quindi Londra una volta per tutte?

 

Ecco dunque come l’Italia rientra strategicamente in gioco in questa geometria variabile di alleanze. Roma è per gli Stati Uniti il secondo partner più importante e ideologicamente affine in ambito europeo dopo il Regno Unito, oltre a essere strumentalmente fondamentale per il suo ruolo di “portaerei” del Mediterraneo in ambito Nato. Non la Francia, che è la principale responsabile dell’affossamento del Ttip, il trattato transatlantico di libero scambio ormai finito su un binario morto. E nemmeno la Germania, fautrice di un rigore di bilancio incomprensibile per gli Stati Uniti  e anche meno allineata in tema di politica estera, essendo un po’ troppo ambigua nei confronti della Russia di Putin, contro la quale Obama si è speso in maniera abbastanza decisa pretendendo l’imposizione delle sanzioni in seguito all’annessione illegittima della Crimea.

 

 

Le carte che il governo può giocare

 

L’Italia può dunque diventare un partner fondamentale per portare avanti l’agenda della futura Amministrazione americana a livello europeo, ovviamente a patto che vinca Hillary Clinton (circostanza che si dovrebbe verificare, a meno di sconquassi alla vigilia del voto che al momento sembrano improbabili). L’uscita di Londra costituisce in questo senso una ghiotta occasione da sfruttare per il governo italiano ma, per poterne approfittare in maniera efficace, bisognerà pensare a una strategia.

 

Tale piano d’azione non può prescindere in primo luogo anche dal mantenimento di buoni rapporti con il Regno Unito. C’è da scommettere che Washington cercherà di fare lobbying sui suoi principali alleati europei per fare in modo che durante le trattative per negoziare l’uscita dall’Ue si trovi un accordo il meno doloroso possibile per conservare l’accesso della Gran Bretagna al mercato unico. L’Italia, quinto partner commerciale del Regno Unito, non ha un vero interesse a chiudere la porta in faccia a Londra, nonostante alcune dichiarazioni “muscolari” rilasciate nelle scorse settimane dal ministro dello Sviluppo economico (con delega al commercio estero) Carlo Calenda, che si potrebbero sostanzialmente parafrasare con un “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

 

Il primo passo per implementare questa strategia può essere compiuto già domani: a Roma è infatti in visita l’Home Secretary britannica Amber Rudd, ovvero il corrispettivo del nostro ministro dell’Interno. Nel bilaterale previsto con Angelino Alfano, sempre più coinvolto su temi internazionali, saranno toccati alcuni punti delicati, come la possibilità per i nostri cittadini residenti nel Regno Unito di mantenere piena libertà di lavorare, vivere e spostarsi dentro e fuori il paese. E’ vero, Downing Street ha collezionato nelle scorse settimane delle gaffe piuttosto maldestre: basti pensare all’ipotesi, ventilata dalla stessa Rudd, di elaborare delle liste di “proscrizione” dei lavoratori stranieri, o alla “schedatura” degli studenti italiani in base a una loro presunta appartenenza linguistica a ceppi minori dell’italiano, quali il napoletano e il siciliano.L’incontro tra i due ministri che  rappresentano i pilastri dei rispettivi governi nel settore della sicurezza  offre però l’opportunità di un chiarimento e di andare oltre, gettando le basi per una trattativa aperta e disponibile nel momento in cui verrà finalmente premuto il grilletto dell’art. 50.

 

Che la Brexit possa essere un’opportunità da sfruttare per l’Italia attraverso un rilancio del nostro ruolo europeo come “alfiere” degli Stati Uniti? Le premesse ci sono, ma è ancora presto per dirlo. Prima di tutto, bisognerà aspettare l’8 novembre, sperando in una scelta ragionevole dei cittadini americani, e il 4 dicembre, quando dietro al quesito sulla nuova Costituzione vi sarà anche un giudizio sul governo Renzi e una forte ipoteca sul suo futuro.

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