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E poi in Siria che si fa?

Nelle differenze tra Trump e Hillary c’è una gran giravolta ideologica.

11 Ottobre 2016 alle 06:15

E poi in Siria che si fa?

Usa, a St. Louis il secondo confronto televisivo Tra Hillary e Trump (foto LaPresse)

Milano. Paul Ryan, speaker del Congresso americano, è l’ultimo dei repubblicani a essersi dissociato da Donald Trump, dopo che, venerdì scorso, è stato pubblicato il video in cui il candidato alla Casa Bianca esprime, in modi considerati “ripugnanti” da molti suoi colleghi di partito, il suo rapporto con le donne. Ryan ha detto che non farà campagna per Trump, non parteciperà a eventi comuni, non sosterrà il candidato ma continuerà a tenere comizi e incontri per far sì che il Grand Old Party mantenga il controllo del Congresso. Mentre i giornali parlano ormai del cono d’ombra in cui sono entrati tutti i leader conservatori che si sono, più o meno esplicitamente, accodati a Trump, la frattura tra il candidato e il suo partito s’approfondisce. Trump pare non preoccuparsi troppo: al dibattito con Hillary Clinton ha parlato ai suoi elettori e non certo ai suoi colleghi, e ha proposto le sue ricette – se così si possono chiamare – senza preoccuparsi della coerenza o dell’ortodossia del pensiero conservatore. Sulla Siria, che è un tema spaccacoscienze che nessuno negli Stati Uniti affronta volentieri, Trump si è allontanato persino dall’idea del suo compagno di ticket, quel Mike Pence che da quando è stato nominato prova a fare da argine alle uscite di Trump e alla litigiosità interna. Poiché la questione siriana non è liquidabile con una serie di dichiarazioni contrastanti e poi in qualche modo ricomponibili, questa dissociazione dice molto dell’evoluzione del trumpismo in termini politici e geopolitici.

 

Quattro anni fa, il Partito repubblicano era generalmente interventista e ostile alla Russia, ed è questa la posizione che lo stesso Pence ha difeso non più tardi di una settimana fa, durante il dibattito vicepresidenziale. Trump invece sostiene che non ha simpatia per il rais siriano Bashar el Assad, ma che la Russia e lo stesso Assad stanno combattendo lo Stato islamico, e in questa battaglia non si può che essere insieme e solidali (nell’equazione trumpiana il ruolo dell’Iran non torna: il candidato repubblicano è contrario all’accordo nucleare con Teheran, come lo è il suo partito, ma difende un’alleanza con la Russia e Assad di cui l’Iran è il terzo membro “che combatte lo Stato islamico”). Hillary Clinton invece, che pure fu l’autrice di un “reset” con la Russia cui è rimasta appesa la diplomazia americana fino a poco tempo fa, nonostante le sanzioni per la guerra in Ucraina, dice che i rapporti con Mosca così non funzionano, sono sbilanciati, è necessario mettere sul tavolo altri strumenti di “leverage” perché è chiaro che così non si va da nessuna parte: la Russia non combatte lo Stato islamico, ma tiene su Assad. Per convincere Vladimir Putin a fermare i bombardamenti ad Aleppo non ci sono alternative, secondo la Clinton, alla creazione di una “no-fly zone”.

 

Ora, quest’ipotesi è stata più volte suggerita dagli esperti all’Amministrazione Obama, e la stessa Clinton ha avuto sentimenti contrastanti con questa opzione: in una delle intercettazioni rivelate da Wikileaks la settimana scorsa, che riguardano gli scambi epistolari tra la candidata democratica e il guru clintoniano John Podesta, la Clinton dice che la “no-fly zone” è rischiosa soprattutto in termini di vite umane per i siriani. Ora che il numero delle vittime nei bombardamenti s’è moltiplicato, il rischio semmai diventa strategico: se la “no-fly zone” non è negoziata con la Russia equivale, più o meno, a una dichiarazione di guerra. Hillary alza la posta e dice che bisogna anche armare, e per bene, i curdi iracheni. Trump risponde che sul campo non è possibile capire chi sta con chi e che è stato un errore non provare a fare distinzioni quando ancora non si poteva. Così, nelle giravolte ideologiche infinite, si conferma che il candidato di continuità con Obama, nel disastro siriano, non è Hillary: è Trump.

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