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Trump è una disgrazia per il pensiero libero, ve lo avevo detto

Trump è stato, perché probabilmente se ne può parlare al passato prossimo, una disgrazia per noi del politicamente scorretto. E se mai venisse eletto sarebbe più di una disgrazia, un’apocalisse. Che abbia fatto in video il maiale da spogliatoio maschile è in fondo il meno.

9 Ottobre 2016 alle 06:00

Trump è una disgrazia per il pensiero libero, ve lo avevo detto

Donald Trump è il candidato repubblicano alle presidenziali di novembre negli Stati Uniti (foto LaPresse)

Ve l’avevo detto: Trump è stato, perché probabilmente se ne può parlare al passato prossimo, una disgrazia per noi del politicamente scorretto. E se mai venisse eletto sarebbe più di una disgrazia, un’apocalisse. Che abbia fatto in video, dico in video, il maiale da spogliatoio maschile, con espressioni turpi anche per il più sfrenato nemico delle campagne spesso ipocrite sul sessismo e la misoginia, è in fondo il meno. Il più è l’accumulo, l’incrocio dei dati personali pertinenti, la questione del carattere, l’idea che con quel background abbia pensato davvero di correre per la presidenza degli Stati Uniti: le sue gagliarde scemenze da infoiato esibizionista si spalmano come burro fresco sull’insieme delle sue boiate in materia di immigrazione, lavoro, commercio internazionale, sicurezza, codice fiscale, disabili. E l’accumulo nella sua indistinzione ora produce il fatto che ferisce a morte la realistica considerazione delle alternative politiche: ogni retorica umanitaria, ogni difesa dei più umili fatta con la compunzione moraleggiante dei liberal da salon, ogni espressione di spirito veramente bigotto, ogni prepotente desiderio di limitazione della libertà di pensiero e di parola, ognuna di queste solenni frescacce con le quali si vuole tappare la bocca a chi dissente dall’ortodossia convenzionale della cultura corrente, tutto appare legittimato da uno che si crede Vip e si vanta di afferrare le donne per la fica a favore di telecamera da letto, non per attrazione fatale ma per il fascino indiscreto del denaro e della celebrità, sbrodolando la sua personalità guasta in pubblico, legittimando una condanna sociale che in altri contesti, quando si parla degli obblighi disciplinari favoriti dai cattedratici del politicamente corretto, suona falsa e oltraggiosamente conformista.
 

Il codice del politicamente scorretto deve essere impeccabile. Se ti vuoi liberare dei boriosi, non puoi essere campione di braggadocio, la chiacchiera indisponente e invasiva di chi vuole apparire sempre sulla vetta del monte della vanità. Puoi difendere il garantismo giuridico, e attaccare i manettari, ma non se sei un inveterato evasore fiscale, un truffatore da strada, un Vip che di mestiere fa l’illusionista, una Vanna Marchi globale. Puoi fare la tv spazzatura, ma devi cantare Mozart nella sigla e parlare una lingua decente. Puoi fare un giornale come il nostro, che si affeziona a qualche causa persa, che vince molte battaglie, ma lo fa sempre con l’ironia, una certa onesta dissimulazione, con l’incanto di un conflitto culturale sensato, immaginoso ma pertinente, anche quando picchia duro. Se il tuo programma è infilzare la decenza come programma, se la tua vocazione è quella dei grandi moralisti del Cinquecento e del Seicento, offrire agli uomini il loro ritratto, impedire loro che indulgano nelle vacue e banali falsificazioni dell’umanità, bisogna che la pennellata sia espressiva, di una bellezza contagiosa, almeno per le anime incorrotte capaci di vedere la infinita e irredimibile corruzione dei figli di Adamo. Se ti fanno ribrezzo i coretti che gridano onestà-tà-tà non puoi farti rappresentare da uno che si crede smart, proprio così, smart, per non aver pagato tasse diciott’anni di seguito. Berlusconi aveva tanti difetti ma è sempre stato un corteggiatore magari insistente, magari spregiudicato, però sorridente e mite, ha sempre vantato di essere il primo contribuente italiano, il suo è stato un musical a tratti sboccato e irridente non una videata più o meno porno.
 

E le bugie, le esagerazioni, le forzature hanno anch’esse una loro misura. Tutti se ne rendono responsabili, ma solo chi ne conosce il risvolto amaro, la necessità strumentale, può incorrere nell’indulgenza, quella cosa che tutti praticano e più di tutti gli intransigenti, i moralizzatori presto moralizzati e sputtanati. Io sono andato nel mio piccolo nel Mugello, a contrastare la leggenda vivente dell’incorruttibilità, il castigatore delle classi dirigenti, il pivot intorno al quale si disfaceva la vecchia Repubblica, Tonino Di Pietro, e ancora adesso, a vent’anni da quell’incursione suicida, sono contento di averlo fatto. Ma in un mondo trumpizzato, in cui si esibiscono come paure e libido le sfrenatezze delle passioni, in cui si disprezza l’altro dal profondo del proprio cuore, non importa se con cattiveria o dabbenaggine, in un mondo così sarebbe stato impossibile, la malandrinata sarebbe risultata goffa, con i Trump in giro non c’è mai spazio per lo spirito canagliesco della verità che non si dice o per l’innocenza del dito che indica la nudità dell’imperatore.

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