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Trump resta in piedi, ma è la democrazia americana a essere malmessa

Nel dibattito con Hillary Clinton The Donald parte cotto ma poi accende il fuoco. Resta però un presidente improbabile, poco credibile, isolato e compromesso. Anche se ha ancora speranze.

10 Ottobre 2016 alle 13:40

Trump resta in piedi, ma è la democrazia americana a essere malmessa

Donald Trump durante il confronto con Hillary Clinton a St. Louis (foto LaPresse)

All’inizio sembrava cotto, poi è stato capace di accendere un gran fuoco. Che sia un possibile presidente degli Stati Uniti, resta per me da escludere. Che possa accampare pretese nel campo del politicamente scorretto, nonostante l’odiosa retorica genericamente umanitaria che appesta l’aria del mondo, fatta di bugie dissimulate in valori, è altrettanto da escludere: vende con perentorietà e prepotenza certe indiscutibili verità, ma lascia sempre l’impressione che le buone idee messe all’incanto dalla persona sbagliata si avviliscono, diventano cattive, un marketing pericoloso. Che sia un boxing man, di quelli che sanno stare alle corde e poi riconquistano il centro del ring, e assestano colpi, è sicuro. Celebrity e televisione, business e narcisismo estremo, capacità di connessione istantanea e un piccolo realismo banalizzato sono diventati alimento di una speciale forma di abissale demagogia: di’ quel che vuoi, avvenga quel che può. Donald Trump non è un tipo a bassa energia, low energy, lo sappiamo. Infilzato da una controversia di quelle che nullificano la credibilità politica di una persona pubblica, il famoso tape del predatore e fanfarone da spogliatoio cumulato con il resto dei suoi comportamenti da bullo, è rimasto in piedi. Il teatro politico ama i ribaldi, favorisce il protagonista anche e sopra tutto se è un villain, un eroe negativo, un impalatabile, un deplorable, come direbbe la Clinton.

 

Ora si apre la corsa, senz’altro interessante, al commento tecnico. Aveva dalla sua le debolezze dell’antagonista e la sua tendenza a incarnarsi in un dossier, in un set di principi enunciati in modo ripetitivo e senza vera umanità, il suo essere araldo di quel che è ormai da molti anni, e quel che è, dal jihad alla Siria alla Libia all’Iran all’Obamacare alle email, è piuttosto intenibile se non un disastro. Però può al massimo raggiungere la base sua popolare in rivolta, non ha outreach, non può sfidare la demografia complessa dell’America e stringere nell’abbraccio i settori marginali, decisivi, dell’elettorato. La campagna continua, ma per lui è compromessa. Un candidato presidente in disaccordo con il suo vice del ticket sul carnaio Siriano e i rapporti con la Russia, e che non ha nemmeno discusso con lui questioni strategiche decisive, come è emerso domenica sera dalle sue stesse parole, è un uomo isolato e alla deriva se non un candidato da operetta. Oppure no, ha ancora speranze, perché c’è un’infelicità del mondo e della classe media che sfugge alla percezione politica, è materia per outsider, per conmen, per profittatori di credulità e incredulità pubblica. Chi lo sa.

 

Sta di fatto che quando Trump dice a Hillary che la manderà in galera, è minaccioso invece che giusto. Quando denuncia i guasti della politica estera americana sotto Obama e la Clinton, ma senza neanche accennare a quel che andrebbe fatto, è un discutidor privo di credibilità politica, un tipo litigioso. Quando spara su economia, lavoro, commercio internazionale, immigrazione e sistema fiscale segna qualche punto in efficacia ma sconta di nuovo una penosa assenza di alternative serie. E quando fa il guappo sulle sue tasse opzione zero, è chiaro che ci cogliona brutalmente. Certo, se dice che per combattere il terrorismo jihadista bisogna almeno avere il coraggio di nominarlo, è da applauso.

 

Detto questo, come sta la democrazia americana, per decenni se non per secoli pegno di libertà di spirito e di sogno? Maluccio, direi, malgrado l’apparenza sia sempre quella di un grande spettacolo che vale il biglietto. Può non impressionare un debate presidenziale inaugurato da una conferenza stampa di Trump in cui, a scopo intimidatorio, sono state esibite le vittime, vere e presunte, delle disinvolture sessuali del marito della candidata ed ex presidente Bill Clinton. Possiamo perfino condonare una parabola argomentativa che passa dal rodeo degli insulti più sanguinosi al fair play finale esibito, come in una commedia leggera, come in una parodia del romance cavalleresco, dell’idillio (che c’è di buono in lui o in lei?). Nella storia se ne sono dette forse anche di peggiori, ed erano grandi protagonisti dell’America in costruzione. Il problema è che allora gli insulti circolavano come veleno per classi dirigenti illuminate, adesso con i social “il diritto di inventare e diffondere menzogne politiche spetta in parte anche al popolo”, come diceva profetico il reverendo Jonathan Swift, che concludeva con la sua atrabile e pardossale: “L’abbondanza di menzogne politiche è un chiaro segno della vera libertà inglese”. Speriamo sia vero anche della democrazia americana. Speriamo.

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