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La catastrofe venezuelana è opera dell’uomo. Parla Lansberg-Rodríguez

L’economista della Kellogg School of Management spiega quali sono “le scelte politiche” che stanno provocando, per esempio, una caduta del pil venezuelano del 10 per cento quest’anno. "Quello che alla fine della Seconda guerra mondiale era il quarto stato più ricco del pianeta optò però per un’economia poco diversificata che importava tutto dall’estero”.

28 Settembre 2016 alle 11:17

La catastrofe venezuelana è opera dell’uomo. Parla Lansberg-Rodríguez

Proteste in Venezuela contro il governo (foto LaPresse)

Roma. Retate nei mercati in cui i cittadini scambiano cibo sottobanco e scatole di cartone per accogliere i neonati negli ospedali. La catastrofe umanitaria in corso in Venezuela, il paese sudamericano da cui riprendono ad arrivare testimonianze fotografiche di indigenza estrema, è “il risultato di scelte politiche e non il frutto della globalizzazione o di chissà quale cospirazione”, dice Daniel Lansberg-Rodríguez al Foglio. L’economista della Kellogg School of Management, branca della Northwestern University di Chicago, ha studiato a lungo negli Stati Uniti ma ha vissuto in Venezuela fino a pochi anni fa. “La globalizzazione può avere avuto un effetto nel senso che i prezzi in calo del petrolio e delle altre materie prime aggravano le difficoltà di un paese.

 

Ma è pur vero che i paesi ricchi di petrolio come il Venezuela hanno avuto la possibilità di accumulare ricchezze negli anni del boom, quando l’oro nero oscillava tra gli 80 e i 120 dollari al barile, e molti lo hanno fatto. Per non dire di un altro paese sudamericano, il Cile, ricchissimo di rame ma che non è sprofondato appena il prezzo di quel minerale è crollato”. A Lansberg-Rodríguez chiediamo dunque quali siano “le scelte politiche” che stanno provocando, per esempio, una caduta del pil venezuelano del 10 per cento quest’anno. “Molto prima che arrivassero al potere Hugo Chávez (1999-2013, ndr) e Nicolás Maduro (dal 2013 a oggi, ndr), il Venezuela fu il secondo paese al mondo dopo gli Stati Uniti a scoprire il petrolio sul suo territorio. Quello che alla fine della Seconda guerra mondiale era il quarto stato più ricco del pianeta optò però per un’economia poco diversificata che, utilizzando gli introiti petroliferi, importava tutto dall’estero”. Su questa scelta di fondo, non proprio oculata, si è innestata la rivoluzione bolivariana di Chávez. Rivoluzione ideologica, innanzitutto. Così già nel 1999, rifiutando gli aiuti degli Stati Uniti perché “paese capitalista”, il governo di Caracas si macchiò del “suo crimine forse più imperdonabile” – ha scritto Lansberg-Rodríguez – rifiutandosi di fare tutto il possibile per salvare la vita di circa 30.000 persone che morirono nell’alluvione dello stato di Vargas.

 

La rivoluzione ideologica, per il suo carattere espansivo, ebbe poi un costo per le casse dello stato: Chávez – ricorda l’economista – sussidiava tanti paesi, da quelli caraibici fino al Brasile (di cui arrivò a finanziare il Carnevale di Rio) o all’Argentina (di cui acquistò i bond al momento del default per solidarietà), e poi organizzazioni internazionali, governative e non. Dilapidare i soldi pubblici non fu l’unico aspetto della rivoluzione ideologica ed economica: “Dopo il grande sciopero che nel 2003 investì la Pdvsa, la società petrolifera statale, e la repressione che seguì, l’economia iniziò ad arrancare e il governo introdusse controlli sui capitali per non far fuggire la ricchezza all’estero. Quei controlli sono ancora oggi in vigore, assieme a controlli sulla valuta locale, il bolívar”.

 

 

 

Attraverso la moneta viene esercitato un controllo ferreo sull’economia, dice Lansberg-Rodríguez: “Solo la politica decide chi, tra imprenditori che importano e dignitari pubblici, può approvvigionarsi di dollari al cambio ufficiale”. In base a quest’ultimo, sono sufficienti 10 bolívar per comprare un dollaro americano; al mercato nero, invece, di bolívar ne servono 1.035. Un imprenditore costretto dal governo a muoversi nel mercato nero, dunque, è tagliato fuori da qualsiasi rapporto con le aziende estere, mentre un imprenditore “prescelto” da Caracas è di fatto sussidiato. L’imprenditore “prescelto”, poi, spesso importa il minimo indispensabile per non perdere la licenza e con il resto del denaro fa arbitraggio per accaparrarsi dollari. “Finché lo stato venezuelano aveva risorse a disposizione per correggere questo meccanismo inefficiente, i beni di prima necessità erano garantiti. Oggi Maduro ha la stessa carica ideologica di Chávez ma non le stesse risorse. Così si spiegano le foto di persone che rovistano nella spazzatura o che mangiano cani, oppure gli assalti ai camion che trasportano cibo”.

 


Il presidente venezuelano Maduro (foto LaPresse)


 

Il Venezuela è passato dall’essere il quarto paese più ricco al mondo nel 1945 all’occupare oggi la vetta della classifica dell’indice di miseria. E’ in corso anche una carestia? Conclude Lansberg-Rodríguez: “E’ possibile che si stia verificando, specialmente fuori dalla capitale. Ma d’altronde è difficile quantificare la penuria di alimenti in Venezuela. Ai miei studenti di Chicago infatti dico sempre che esistono tre tipi di bugie: le bugie semplici, le maledette bugie e le statistiche latinoamericane. Meno credibili di queste statistiche ci sono soltanto quegli intellettuali, in primis europei, che continuano a derubricare la catastrofe venezuelana a un incidente, o peggio a un complotto, della globalizzazione”.  

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