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Controrapporto Chilcot

C’è un’assenza enorme in tutto il dibattito a proposito del rapporto Chilcot sulle responsabilità del primo ministro inglese Tony Blair e la guerra in Iraq: gli iracheni. L’ideologo conservatore americano David Frum sintetizza così: "L’intervento americano e inglese ha offerto all’Iraq un futuro migliore".

8 Luglio 2016 alle 16:00

Controrapporto Chilcot

Il primo ministro inglese Tony Blair e il presidente americano George W. Bush al Rose Garden della Casa Bianca nel giugno del 2007 (foto LaPresse)

Roma. C’è un’assenza enorme in tutto il dibattito a proposito del rapporto Chilcot sulle responsabilità del primo ministro inglese Tony Blair e la guerra in Iraq: gli iracheni. L’ideologo conservatore americano David Frum sintetizza così: “L’intervento americano e inglese ha offerto all’Iraq un futuro migliore. Qualsiasi siano state le colpe dell’occidente: la guerra settaria è stata una scelta che gli iracheni hanno fatto da soli. In Siria non c’è stato un intervento americano e britannico: e il paese è sprofondato in un conflitto settario ancora peggiore di quello dell’Iraq”. Un commentatore risponde in questo modo: “Se fai saltare in aria una diga, poi accuseresti l’acqua perché esce fuori?”, ma in questa frase c’è un quid di razzismo che considera gli iracheni come un’orda di terroristi potenziali da tenere in catene.

 

Si dirà: bella forza, Frum scriveva i discorsi di George W. Bush, compreso quello sull’asse del male, è per questo che difende l’intervento del 2003. Molti commentatori iracheni però trovano bizzarra quest’idea che la situazione in Iraq dal 2003 a oggi sia stata decisa da Blair, come se il primo ministro britannico avesse premuto un bottone e innescato una reazione a catena inevitabile in cui gli iracheni hanno il ruolo marginale delle comparse.

 

Un commentatore acuto della storia del suo paese come Nibras Kazimi dice che le accuse scatenate dal rapporto Chilcot soffrono di “visione ombelicale”, che si crogiolano nel “l’avevo detto io” e che non tengono conto di tutti “i fattori non occidentali che hanno spinto l’Iraq nell’abisso”.

 

L’analista iracheno e sciita Haider al Khoei ieri sul Guardian ha scritto: “Le autorità d’occupazione della Coalizione possono avere fatto molti errori in Iraq, il più evidente dei quali non fu l’invasione ma la mancanza di piani per il dopoguerra nel paese che stavano per controllare. Detto questo, sono gli iracheni che dovrebbero assumersi la responsabilità principale per i loro fallimenti”. Khoei se la prende con la lettura parziale e troppo londinese della guerra in Iraq, che riduce gli iracheni a robot incapaci di prendere decisioni e pronti a mutarsi in una banda di decapitatori non appena emancipati dalla presenza di Saddam per una decisione di Blair.

 

Sul regime iracheno che Washington e Londra distrussero nel 2003 Khoei scrive: “Le guerre infinite di Saddam contro i vicini dell’Iraq (Iran e Kuwait) e le campagne di sterminio contro la sua stessa gente sono viste bizzarramente da molti in occidente come parte di un’èra di ‘stabilità’ e di ‘sicurezza’ per gli iracheni. Stabilità imposta con le armi chimiche e sicurezza ottenuta con le fosse comuni. La nostalgia per Saddam, in Iraq e in Gran Bretagna, è soprattutto Baghdad-centrica. La stabilità – qualsiasi cosa voglia dire – nella capitale irachena era pagata con un prezzo di sangue molto caro nel resto del paese”.

 

Khoei ha una storia particolare, suo padre era un imam sciita che lottava contro il partito Baath di Saddam ma agiva come elemento moderatore e frenava i piani di rappresaglia degli oppositori. Nel 1991 l’imam fu costretto a fuggire perché Saddam soffocò nel sangue la rivolta della maggioranza sciita. Tornato in Iraq nel 2003, fu accoltellato in una moschea da una corrente sciita rivale, meno politica e più battagliera. Oggi il figlio scrive: “L’opinione pubblica britannica ha tutti i diritti di sapere come si muove la politica estera del proprio paese, ma dovremmo avere una visione molto più realistica su quanto abbia contato davvero il Regno Unito nel grande schema delle cose e su cosa avrebbe potuto fare di diverso”.

 

Insomma, viene da pensare che ci siano stati altri capitoli cruciali nella storia dell’Iraq, come per esempio il febbraio del 2006, quando una squadra di attentatori del giordano Abu Mussab al Zarqawi fece saltare la cupola dorata della moschea di Samarra, luogo santo degli sciiti, e scatenò una guerra civile a cui gli sciiti – anche alcuni legati al governo – scelsero deliberatamente di non sottrarsi. O al 2010, quando fallirono i negoziati tra Washington e Baghdad sullo status giuridico dei soldati americani: l’Amministrazione Obama voleva l’immunità, il governo iracheno non la concesse e l’America scelse l’opzione del ritiro totale dei militari, da molti giudicato prematuro. Viene da pensare anche agli anni tra il 2010 e il 2013, in cui il primo ministro Nuri al Maliki per colpa delle solite questioni settarie smantellò coscientemente le forze di sicurezza sunnite create dagli americani – che si erano rivelate così efficienti contro lo Stato islamico.

 

Che la questione non sia così meccanica e inevitabile (da A deriva B) lo confermano anche i curdi, nel nord dell’Iraq. Sono sempre disponibili alla santificazione davanti ai giornalisti di George W. Bush e Tony Blair, perché hanno eliminato il pericolo mortale del regime di Saddam, che li aveva trucidati a decine di migliaia anche con l’uso di armi chimiche, e perché per la prima volta nella storia hanno avuto una chance di autodeterminazione. Durante gli anni della guerra in Iraq, le zone curde erano oasi di tranquillità relativa, dove per la prima volta gli studenti non saltavano nemmeno un giorno di università e i visitatori occidentali potevano passeggiare per strada con un gelato in mano.

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