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La guerra giusta

Non era tutta colpa di Bush. “C’è una grande differenza fra una bugia e un errore”, dice Eli Lake. Il rapporto Chilcot seppellisce (di nuovo) l’epopea mainstream del “Bush lied, people died”.

8 Luglio 2016 alle 11:15

La guerra giusta

George W. Bush nel 2000 (foto LaPresse)

New York. C’è una differenza sostanziale fra una bugia e un errore, fra un abbaglio e un complotto criminale. “Questa distinzione è fondamentale, non dobbiamo mai dimenticarlo. Un leader che mente al suo popolo sapendo di mentire e lo trascina in una guerra è enormemente diverso da uno che in buona fede s’affida alle informazioni che gli passa l’intelligence e decide di conseguenza”, dice al Foglio Eli Lake, opinionista di Bloomberg View e analista di questioni di sicurezza, fra i pochi che hanno riconosciuto il rapporto Chilcot come una prova dell’innocenza di George W. Bush e Tony Blair sulla guerra in Iraq. Innocenza non significa che non sono stati commessi errori, anche marchiani, di valutazione e di gestione, ma che le decisioni sono state prese in buona fede. E’ lo stesso metro per cui la “estremamente sbadata” Hillary Clinton non finirà sotto processo per la gestione surreale di account email privati che contenevano segreti di stato: non era sua intenzione compromettere o occultare dati. Letto senza lenti a contatto ideologiche, il rapporto Chilcot sulla guerra in Iraq iniziata nel 2003 conferma, dal lato britannico, quello che era già evidente grazie ad almeno due inchieste del Congresso americano e da una copiosa mole di dati.

 


L'opinionista di Bloomberg View, Eli Lake


 

L’invasione e il rovesciamento di Saddam Hussein non erano figli di un depistaggio volontario dell’associazione a delinquere Bush-Blair, ma gli esiti di un consenso largamente diffuso all’interno della comunità d’intelligence. L’epopea mainstream di “Bliar” e di “Bush lied, people died” si sgretola sotto il peso di oltre un milione di pagine che non mettono in discussione la buona fede dei leader della coalizione dei volenterosi: “La profonda convinzione che il regime di Saddam Hussein avesse mantenuto la capacità di produrre armi chimiche e biologiche, che fosse determinato a preservarle e se possibile ad accrescerle, includendo anche la futura possibilità di produrre armi nucleari, e che stesse attivamente praticando una politica di menzogna e depistaggio, è stata parte integrante della politica britannica nei confronti dell’Iraq dalla fine della guerra del Golfo nel 1991”, si legge nella conclusione del rapporto.

 

I giudizi su Saddam e la sua volontà di dotarsi di armi di distruzione di massa non sono nati con le presunte manipolazioni orchestrate da Bush e Blair, ma sono maturati negli oltre dieci anni in cui il tiranno ha violato sedici risoluzioni Onu, ha espulso ispettori delle agenzie onusiane, s’è fatto beffe in molti modi del diritto internazionale. Questo senza contare i crimini di guerra di cui si è macchiato. Ma nella versione che si è affermata sui grandi giornali e nei circoli dei benpensanti, i criminali di guerra sono diventati Bush e Blair. Il rapporto Chilcot ha avuto enorme risonanza in Inghilterra, con la strenua difesa di Blair, il quale – com’era ovvio – non si è scusato per colpe di cui non si è macchiato, mentre in America il messaggio è stato largamente sepolto sotto le priorità della campagna elettorale.

 


Tony Blair (foto LaPresse)


 

Lake, intellettuale controcorrente, è un’anomalia, e come tale s’è preso una pioggia di insulti sui social per aver colto l’occasione per una difesa postuma dell’ex presidente americano: “In questi anni la versione del Bush patologico criminale che ci trascina in una guerra assurda per chissà quale ragione oscura si è come solidificata sulla coscienza nazionale. Il rapporto uscito martedì è molto critico con Blair, e ci sono ragioni valide per criticare la strategia, la tattica e la stessa raccolta dell’intelligence che ha portato la leadership politica a commettere errori, ma non dice da nessuna parte che il primo ministro ha mentito. Lo stesso vale per Bush. L’ho sempre detto e lo ripeto: ci possono essere infiniti disaccordi sui dettagli, e ce n’erano sicuramente anche all’interno degli apparati d’intelligence al tempo, ma il consenso prevalente era che quelle informazioni fossero affidabili”.

 

Ma per Lake non è stato questo errore di valutazione storico sulla campagna irachena di Bush a gettare la nomination repubblicana nelle braccia di Donald Trump, uno che ha parole più gentili per Saddam, (“flagello dei terroristi”), che per la famiglia Bush (“Il World Trade Center è venuto giù sotto la presidenza di tuo fratello”, ha detto quando Jeb era ancora in corsa): “Non è il giudizio sulla guerra al terrore che ha cambiato il vento all’interno del partito, ma sono passioni che riguardano la politica domestica: la maggior parte dei repubblicani continua a pensarla allo stesso modo sull’Iraq, anche se molti, dopo anni di martellamento ideologico continuo, adesso hanno paura di dirlo”.

 

Un altro che non teme le opinioni dissonanti è Max Boot, storico militare neocon che ha voltato le spalle al candidato repubblicano per sostenere Hillary, che ha un nido confortevole per i falchi spaventati dal disimpegno americano, fa anche un passo ulteriore: la guerra, scrive, “è stata lanciata dietro false informazioni sulla armi di distruzione di massa di Saddam e con una pianificazione inadeguata per la successione”, ma la guerra avrebbe potuto essere un “successo” se soltanto Obama non avesse preso la “stupida e inutile decisione di portare indietro le truppe, nel tentativo di eliminare la presenza militare americana in tutto il medio oriente”. La guerra, insomma, non è iniziata con una bugia, ma era circondata da errori di valutazione commessi in buona fede che avrebbero potuto essere corretti, nel tempo, se non fosse diventata quasi universalmente accettata la “narrativa” che anche il rapporto Chilcot contribuisce a smontare.

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