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In Asia lo Stato islamico non fa solo terrorismo, ma penetrazione ideologica

Le intese di Al Baghdadi con i gruppi vicini ai salafiti, le sconfitte militari e i nuovi interessi operativi nel sud est

7 Luglio 2016 alle 06:18

In Asia lo Stato islamico non fa solo terrorismo, ma penetrazione ideologica

(foto LaPresse)

Gli osservatori meno attenti sono rimasti sorpresi dallo spostamento degli interessi operativi dello Stato islamico nel quadrante meridionale in generale, e verso le aeree del sud est asiatico nello specifico. In effetti, da tempo, era iniziata un’opera di infiltrazione in quei paesi che, a parte le cattoliche Filippine, sono tutti a forte maggioranza musulmana con nettissima prevalenza sunnita.

 

Se in Iraq e Siria Abu Bakr Ibrahim Al Baghdadi tenta disperatamente di difendere le sue conquiste territoriali e in Europa conduce un’azione terroristica rivolta essenzialmente a dissuadere gli occidentali da ulteriori interventi contro di lui, in Asia da alcuni anni è iniziata un’opera di penetrazione ideologica a cui recentemente ha fatto seguito lo stabilirsi di intese operative con quelle formazioni più vicine alla tendenza salafita. La strategia del califfo Ibrahim conta di attrarre tutte quelle componenti radicali, influenzate dalle scuole coraniche già sostenute dai paesi del Golfo Persico che, come primo risultato, hanno dato vita al movimento dei Talebani, diffusosi poi con i suoi riflessi ideologici a tutta l’area dell’estremo oriente. L’iniziativa è già riuscita a sortire l’effetto di intaccare considerevolmente le posizioni di Al Qaeda che, attraverso Osama Bin Laden, aveva stabilito in Afghanistan forti legami con gli uomini del mullah Omar.
 


Altri vincoli operativi sono stati stretti dallo Stato islamico con il gruppo terroristico di Abu Sayaf, che si propone di costituire uno stato islamico nelle isole meridionali delle Filippine e che ha recentemente giurato fedeltà ad Al Baghdadi. In Bangladesh, teatro dei tragici fatti del 1° luglio a Dacca, il gruppo Jamaeytul Mujadeen Bangladesh (JMB), malgrado i dinieghi per motivi di politica interna espressi dal Governo nazionale, è strettamente collegato all’Is che, nella sua pubblicazione Dabiq, ne ha recentemente esaltato il suo emiro, notoriamente orientato su di una rigida impostazione salafita. Il successo sino a ora senz’altro più significativo è però costituito dal bay’a (giuramento di fedeltà) pronunciato nel gennaio 2005 da Hafez Saeed Khan, emiro del Khorasan, nei confronti del califfo Al Baghdadi.

 

Il Khorasan è il nome storico della regione che si estende a cavallo di Afghanistan, Pakistan, Turkmenistan e comprende anche un lembo di terra dell’Iran. Il giuramento è stato accolto con un comunicato emesso dal portavoce ufficiale dell’Is, Muhammad al-Adnani. Oltre agli interessi geopolitici di quest’ultima adesione, che consentirebbe di premere da est e da ovest sull’Iran sciita, l’operazione apre la possibilità di specifiche penetrazioni verso l’India, a maggioranza indù ma con una forte presenza musulmana, che costituisce un obiettivo importantissimo nella strategia jihadista. Il ritorno a un maggiore ricorso all’attività terroristica senz’altro connessa alle difficolta militari sul terreno, permette anche di intravedere quelli che sono i più recenti obiettivi del Califfo Ibrahim a livello strategico.

 

Sono due le novità e non di poco conto: la presenza attiva nelle zone della diaspora palestinese di elementi jihadisti rifacentisi all’Is, e una serie di attacchi terroristici portati direttamente all’interno dell’Arabia Saudita. Nella striscia di Gaza si è costituita la Brigata Omar, che raccoglie i combattenti del Califfo e che ha cominciato a lanciare razzi contro Israele, contrastata dalle milizie di Hamas preoccupata di perdere il controllo e il favore della popolazione locale. Raqqa, al confine con l’Egitto, è la roccaforte dell’Is e per le strade si cominciano a vedere ritratti del Califfo e la sua bandiera nera. Israele per ora sta a guardare, convinta com’è che per lei il pericolo principale è costituito dall’Iran e dai suoi alleati, e perché ritiene che nel medio periodo lo Stato islamico collasserà. Ma lo Shin Bet, il Servizio interno israeliano, è convinto che, se a Gaza dovesse crollare Hamas, gli subentrerà Al Baghdadi e non l’Olp di Abu Mazen. Da sporadici tentativi del passato, negli ultimi mesi si sono incrementati il numero e la consistenza degli attacchi, per lo più suicidi, che sono stati rivolti contro il regno dei Saud.

 

Ultimi in ordine di tempo, nella giornata di lunedì, tre attentati di kamikaze hanno colpito: uno il Consolato americano a Gedda già oggetto di attentato anni orsono, e gli altri due, a Qatif e Medina, sono stati rivolti contro obiettivi della minoranza sciita. Medina è la seconda città santa dopo la Mecca e il re saudita si definisce “custode dei luoghi santi”. Gli attentati non sono stati rivendicati ma la loro provenienza è ben nota alle autorità locali. Dalla proclamazione del Califfato, la destabilizzazione del Regno dei Saud è stato un suo scopo dichiaratamente prioritario. In questo momento di difficoltà sul terreno e con prospettive militari non certo favorevoli, la scelta di rivolgere i propri attacchi contro obiettivi, come Israele e gli odiati Saud, in grado di raccogliere i più ampi consensi nella Ummah, potrebbe risvegliare gli entusiasmi che le sconfitte stanno sopendo e consentire una ripresa offensiva, che se realizzata, amplierebbe di molto gli scenari operativi dello jihadismo radicale. 

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