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Brexit, un’uscita è un’uscita

Oggi si vota, le profezie sul futuro del Regno Unito e nostro sono molte. Alcuni politici, esperti e giornalisti ci dicono come dovrebbe essere un’Ue che funziona, tra integrazione e risentimento

23 Giugno 2016 alle 10:27

Brexit, un’uscita è un’uscita

Oggi si vota nel Regno Unito al referendum sulla permanenza nell’Unione europea. In gioco non c’è soltanto lo status britannico ma il futuro di tutto il continente. Abbiamo chiesto ad alcuni esperti internazionali che cosa pensano di questa consultazione e soprattutto come immaginano, come sognano, un’Europa che funziona. Per alcuni la Brexit è un’opportunità anche per il continente, per altri un disastro, tutti dicono che è necessario, comunque vada, reagire in fretta. Ecco l'intervento di Manfred Weber. Tutti gli altri interventi sono disponibili nel Foglio di oggi, che potete scaricare qui.

 


 


Gli elettori devono avere ben chiaro che cosa aspettarsi dal’Europa. Nessuno è obbligato a restare nell’Unione europea. Se la Gran Bretagna decide di restare, rispetteremo l’accordo. Il primo ministro David Cameron ha negoziato un deal speciale per il suo paese a febbraio. L’Unione europea e il Parlamento europeo rispetteranno lo ‘special status’ del Regno Unito in Europa. Ma un’uscita significa un’uscita. In nessuna circostanza questo porterà a un trattamento di favore per il paese, come sostenuto dall’ex sindaco di Londra Boris Johnson. Non ci sarà un ‘cherrypicking’ britannico: mantenere i benefit dell’Ue nell’ambito economico e prendersela con Bruxelles su tutto il resto. Se il Regno Unito decide di uscire, io come politico non terrò più conto degli interessi di Londra come capitale finanziaria dell’Europa. Roma, Francoforte e Parigi sono molto più vicine. Il nostro lavoro sarà dedicato esclusivamente ai 27 paesi dell’Ue.

 

Un voto per la Brexit sarebbe doloroso per entrambi, ma l’Ue è il partner più forte. I britannici subirebbero il danno più grande, soprattutto economico. Ma, in ogni caso, dobbiamo iniziare un dibattito fondamentale in Europa. Fino a dove possiamo arrivare? Finora abbiamo negoziato e discusso su basi teoriche. Ci sono state discussioni su un’Ue a due velocità o sugli Stati Uniti d’Europa. Ma questo non è il punto. Ogni giorno l’influenza europea diminuisce. Dobbiamo adattare le nostre strutture e le nostre procedure. L’Europarlamento, che rappresenta gli elettori, è la principale istituzione legislativa. Dobbiamo contenere la burocrazia. L’Europa è ancora una costruzione tecnocratica. La questione è la capacità del continente di affermarsi. Se non facciamo nulla, presto l’Europa sarà una perdente nel mondo globalizzato di domani.

 

Manfred Weber è presidente del Ppe al Parlamento europeo

 

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