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L’intesa russo-americana

La crisi siriana dimostra che solo con un dialogo tra Washington e Mosca si possono fare passi avanti. La distanza su Assad e quella (storica) sugli esiti della Guerra fredda

22 Maggio 2016 alle 06:18

L’intesa russo-americana

Vladimir Putin un anno fa a Mosca ha partecipato alla parata militare per i 70 anni della vittoria sul nazismo (foto LaPresse)

Nel febbraio 2012, quando la guerra civile in Siria era ancora agli inizi, la Russia propose a Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia di lavorare insieme per una soluzione negoziata della crisi. Mosca avrebbe favorito un’uscita di scena di Bashar el Assad, in cambio del riconoscimento del proprio ruolo nel futuro assetto del paese, suo storico alleato in medio oriente. L’episodio è stato raccontato dall’ex presidente finlandese Martti Ahtissari, premio Nobel per la Pace, che aveva fatto da tramite della proposta. I tre paesi occidentali lasciarono cadere l’offerta. Perché? Perché, come mi disse – in modo brutale ma efficace – un autorevole esperto israeliano di affari internazionali, Zvi Magen, che avevo incontrato a Tel Aviv, “gli americani vogliono la Siria gratis”. Erano infatti convinti, insieme con Francia e Gran Bretagna, che la caduta di Assad fosse ormai questione di poco e che si potesse ottenerla senza dover concedere nulla agli interessi della Russia. Oggi possiamo misurare quanto quel calcolo fosse sbagliato, quante vittime e distruzioni sia costato ai siriani e quanta destabilizzazione abbia portato nella regione mediorientale e nel mondo.

 

In realtà, quell’approccio oltranzista faceva parte di una più generale strategia verso il medio oriente inaugurata dagli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001. Dichiaratamente intesa a combattere il terrorismo di matrice islamica e i suoi protettori, questa nuova politica estera era stata accompagnata da una campagna ideologica per “l’esportazione della democrazia”, in cui l’accento veniva posto sui “regime change”, cioè sul rovesciamento dei governi che non soddisfacevano – a giudizio degli americani – gli standard di rispetto dei diritti umani. Oggi, a distanza di oltre un decennio, possiamo vedere che il risultato a lungo termine di quella svolta è stato la destabilizzazione di gran parte degli stati del medio oriente: Iraq, Egitto (durante la stagione dei Fratelli musulmani al potere), Libia, Siria. Momento chiave di questo processo sono state le “primavere arabe”, che hanno fatto cadere come birilli, uno dopo l’altro, numerosi capi di stato del mondo arabo. Ma all’abbattimento di questi “tiranni” – dittatori brutali e senza scrupoli, che però fino a quel momento avevano garantito l’ordine e una certa laicità dei loro stati – ha fatto seguito non la tanto invocata libertà, bensì il caos e la diffusione dell’islam più radicale.

 

Questa politica – è il minimo che si possa dire – non ha ottenuto i successi promessi. Per di più, il crescente disordine nelle aree interessate ha provocato anche un graduale slittamento negli orientamenti dell’opinione pubblica occidentale, oggi assai meno favorevole di ieri a dare il proprio consenso a operazioni di regime change. E’ stata – sia pure pagata a caro prezzo –una lezione di realismo politico. Il caos libico, più di ogni altro evento, ha contribuito ad aprire gli occhi di chi, forse ingenuamente, aveva pensato che fosse sufficiente demolire regimi autoritari per avere un mondo migliore, senza troppo curarsi delle conseguenze. Sull’avventura in Libia, a suggellare il giudizio, è alla fine arrivata l’autocritica di Barack Obama, nell’ormai famosa intervista all’Atlantic. Ma è soprattutto in Siria che gradualmente si sono accumulati gli elementi per un profondo ripensamento dell’approccio seguito per anni dall’occidente. Un effetto importante lo ha avuto l’entrata in scena dello Stato islamico, quando tutti hanno potuto vedere con i propri occhi gli orrori di cui erano capaci le forze che combattevano contro il regime di Damasco e che erano pronte ad approfittare di un collasso dello stato siriano. Lo Stato islamico ha reso evidente che in Sira non era in corso una lotta tra buoni e cattivi, ma una sanguinosa guerra civile, con crudeltà da ambo le parti – una guerra civile, per giunta, alimentata dalle ambizioni regionali di stati come la Turchia e l’Arabia Saudita da una parte e l’Iran dall’altra.

 


Siria, le vittime di un attacco aereo (foto LaPresse)


 

E’ stato però l’intervento dell’esercito russo, nel settembre 2015, a cambiare completamente la situazione militare sul terreno e, con essa, anche le carte politiche del rompicapo siriano. Mosca è intervenuta quando il regime di Damasco sembrava sull’orlo della disfatta. Per questo la precedenza, nelle operazioni belliche, è stata data ai bombardamenti nell’ovest del paese, colpendo prevalentemente le milizie di Jabhat al Nusra e altri gruppi che rappresentavano un pericolo più immediato, lasciando per un secondo momento la guerra contro lo Stato islamico. Dal punto di vista militare, i risultati sono stati importanti. Il governo siriano è stato puntellato; la zona costiera che va da Damasco ad Aleppo, quella più densamente abitata, è stata fondamentalmente messa in sicurezza; una parte dei territori perduti è tornata sotto il controllo dei lealisti; molte delle linee di approvvigionamento ai ribelli, che passavano attraverso la frontiera turca, sono state interrotte. L’imponente dispiegamento di forze aeree, missilistiche e navali ha inoltre bloccato sul nascere i progetti di Turchia e Arabia Saudita di invadere il territorio siriano. Insomma, l’intervento russo ha rovesciato l’andamento della guerra, ribaltando i rapporti di forza sul campo. Mosca ha inoltre rivelato di possedere impreviste risorse nella conduzione, rapida ed efficace, di una guerra moderna, tornando, per la prima volta dopo la dissoluzione dell’Urss, a svolgere un ruolo di grande potenza nel decisivo scenario mediorientale.
Intervenendo con le proprie forze armate, uno stato prende su di sé grandi rischi. I teatri bellici sono pieni di insidie, prima fra tutte quella di impantanarsi e logorarsi in una situazione senza sbocchi.

 

Per questo, fin dall’inizio, a fianco dell’obiettivo militare (consolidare il regime di Damasco, colpire le milizie ribelli), l’azione russa si è proposta un obiettivo politico: favorire una soluzione negoziata della guerra civile. Come si sa, una soluzione negoziata può essere perseguita con qualche prospettiva di successo solo se nessuna delle parti in conflitto può sperare in una completa vittoria militare. Con le sue due mosse “a sorpresa”, Mosca ha puntato a questo risultato: prima ha messo al sicuro, almeno per ora, il potere di Bashar el Assad; poi, con l’annuncio del proprio “ritiro” dalla Siria, ha però fatto sapere che il Cremlino non è disposto ad aiutare Assad nella ricerca di una vittoria militare totale e che per i russi la sola opzione realistica resta il tavolo del negoziato. Prendendo qualche distanza dal proprio alleato – di cui non ha gradito alcune iniziative che ostacolano il compromesso, come l’avere indetto unilateralmente nuove elezioni del Parlamento (13 aprile) e avere annunciato che intende “riconquistare tutto il territorio siriano” – la Russia ha anche acquistato crediti come interlocutore di alcuni importanti soggetti regionali: Israele e Arabia Saudita.

 

La Russia, comunque, non se ne andrà: lascia basi e soldati. E, a scanso di equivoci, ha ricordato che le sue truppe sono pronte a tornare in forze “nel giro di 24 ore”. Mosca è impegnata a far rispettare il cessate-il-fuoco in vigore dal 27 febbraio, ma si tratta di un cessate-il-fuoco selettivo, cui hanno aderito diversi gruppi ribelli (i più sensibili alle pressioni americane), ma che esclude le milizie di al Nusra e dello Stato islamico. Contro queste milizie, rubricate come “terroristi”, i combattimenti continuano, e lo abbiamo visto nella riconquista di Palmira e nella battaglia di Aleppo. Del resto, dal punto di vista politico-militare, rimangono situazioni critiche, soprattutto al confine con la Turchia, decisa a ostacolare, anche con le armi, l’avanzata dei curdi che contendono territorio allo Stato islamico. E soprattutto rimane lo Stato islamico, indebolito ma non sconfitto. Una sconfitta definitiva del gruppo di al Baghdadi, infatti, non potrà essere ottenuta senza una più generale soluzione politica, cui partecipino tutti gli attori regionali, soluzione perseguibile solo attraverso un accordo tra Stati Uniti e Russia.

 


Combattenti dello Stato Islamico (foto LaPresse)


 

Questo era e resta il punto chiave della complessa crisi siriana. E’ vero che ciascuno dei soggetti regionali coinvolti (Iran, Turchia, Arabia Saudita, sunniti, sciiti, curdi) persegue propri obiettivi politici, ma la loro libertà di manovra risulterebbe drasticamente ridotta in presenza di un accordo tra le due maggiori potenze, cui spetta la responsabilità principale per porre fine alla guerra e per trovare un nuovo assetto stabile nella regione. Del resto, proprio grazie a questa “internazionalizzazione” della crisi, che ha dato l’ultima parola a Washington e Mosca, oggi possiamo guardare con un pizzico di ottimismo in più alle prospettive del conflitto siriano. La collaborazione tra americani e russi ha già dato un importante risultato: il cessate-il-fuoco, imposto ai propri riottosi alleati, finora ha sostanzialmente retto su diversi fronti, a dispetto dell’iniziale scetticismo.
Non è la prima volta che un accordo tra Washington e Mosca produce importanti risultati sulla scena siriana: già nel settembre 2013, in un momento delicatissimo del conflitto, la collaborazione tra russi e americani consentì, in cambio della distruzione dell’arsenale chimico di Damasco, di fermare all’ultimo momento l’intervento armato dell’occidente, che avrebbe probabilmente provocato in Siria uno scenario di tipo libico.

 

Ma il punto più promettente di comprensione reciproca tra i due paesi è stato raggiunto in occasione del recente viaggio a Mosca di John Kerry (24 marzo). L’atmosfera dei colloqui è stata descritta come “molto cordiale”: Kerry ha parlato quattro ore con Sergei Lavrov e quattro ore con Vladimir Putin, e da entrambe le parti, a dispetto delle permanenti divergenze, non sono mancate parole pubbliche di apprezzamento del ruolo “costruttivo” svolto dai rispettivi partner. Se si pensa alle aspre critiche che erano arrivate da Washington al momento dell’intervento russo in Siria, l’incontro di Mosca ha fatto registrare, proprio sul dossier siriano, un clima di inedita collaborazione. Al di là dei molti segnali distensivi, dall’incontro è anche uscito fuori qualcosa che somiglia, sia pure ancora in nuce, a una “road map” per avvicinarsi alla pace. Entrambe le parti hanno esortato il governo di Damasco e l’opposizione a impegnarsi in “colloqui diretti” e hanno concordato sulla necessità di arrivare, entro il prossimo mese di agosto, a una riscrittura della Costituzione siriana e all’avvio di un processo di transizione con la partecipazione sia delle forze attualmente al potere sia delle forze di opposizione.

 

Resta, naturalmente, il dissenso di fondo sul destino di Assad: per gli americani se ne deve andare, per i russi spetta ai siriani decidere da chi farsi governare. Ma, anche su questo punto, le posizioni sono sembrate meno inconciliabili. C’è chi fa notare come la Russia sia interessata all’integrità dello stato siriano più che alla permanenza di Assad al potere. E che una nuova Costituzione, magari garantendo al presidente un ruolo di simbolica rappresentanza più che di potere esecutivo, potrebbe fornire qualche via di uscita in cui nessuna delle parti perda la faccia. Del resto, qualcosa a Damasco sembra si stia muovendo: il documento con cui alcune autorevoli personalità alauite si sono recentemente pronunciate per una Siria integra e pluralista, prendendo contemporaneamente le distanze da Assad, è stato senza dubbio apprezzato, anche a Mosca, da chi lavora per una soluzione di compromesso.

 

Più in generale, con la sua efficace campagna siriana, la Russia è riuscita a smarcarsi dall’isolamento in cui l’aveva costretta la crisi ucraina e ha dimostrato di essere un interlocutore internazionale da cui non si potrà facilmente prescindere. “Sarebbe ingenuo aspettarsi un baratto ‘Ucraina in cambio di Siria’ – ha scritto sul Financial Times Fjodor Lukjanov, autorevole specialista della politica estera russa – ma non c’è dubbio che oggi Mosca venga presa sul serio più di sei mesi fa, e questo avrà un impatto sui negoziati ucraini”. Siamo ancora molto lontani da una “distensione” tra Stati Uniti e Russia, cui è di ostacolo la profonda incomprensione che affonda le proprie radici nella percezione dell’esito della Guerra Fredda: per gli americani quella guerra è stata “vinta” e ciò dà loro il diritto di costruire un ordine mondiale fondato sull’egemonia di una sola grande potenza, relegando la Russia in un’orbita regionale; per i russi non ci sono stati né vincitori né vinti, cosa che li autorizza a pretendere una partnership alla pari, fondata sul rispetto dei rispettivi interessi geopolitici. E’ una distanza molto vasta da colmare e nessun nuovo “reset” si intravvede all’orizzonte. Ma la crisi siriana è lì a mostrare come vi siano problemi che solo un dialogo tra Washington e Mosca può risolvere.

 

Questa è la versione italiana di un articolo apparso sul numero di maggio di Longitude, rivista di analisi delle relazioni internazionali.

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