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La strategia dell’Italia per salvare il Ttip e non piegarsi ai cinesi

Il Parlamento europeo si esprime oggi  sulla concessione dello status di economia di mercato (Mes) alla Cina. Le spaccature nell'Ue

12 Maggio 2016 alle 10:18

La strategia dell’Italia per salvare il Ttip e non piegarsi ai cinesi

Parlamentari europei espongono dei cartlloni anti Ttip in Aula

Strasburgo. La strana alleanza formata da leader populisti e no nella guerra contro il Ttip dimentica un’altra disputa commerciale che rischia di avere ripercussioni gravi per l’economia del Vecchio continente: la concessione dello status di economia di mercato (Mes) alla Cina. Dietro le quinte dei palazzi comunitari, la Commissione e la presidenza olandese dell’Ue si stanno muovendo per accelerare su una decisione che priverebbe l’Europa di gran parte dell’arsenale anti dumping necessario a rispondere alle pratiche commerciali di Pechino. I ministri del Commercio si troveranno domani a Bruxelles per fare il punto sulle discussioni con gli Stati Uniti sul Ttip su cui pesa la minaccia della Francia di sospendere i negoziati. Ma l’Italia, che sarà rappresentata dal neoministro Carlo Calenda, è irritata soprattutto dalle manovre per concedere lo status di economia di mercato alla Cina. Ci sarà “scontro con la presidenza olandese”, che ha chiesto “un parere ai servizi legali del Consiglio per riconoscere la Cina come economia di mercato”, spiega una fonte al Foglio: gli olandesi “vogliono imbarcare tutto quel che possono nei loro porti senza alcuna logica industriale”. L’Italia minaccia una “guerra termonucleare alla Commissione” se tenterà di forzare sul Mes alla Cina.

 

L’Europarlamento potrebbe dare una mano all’Italia, votando oggi una risoluzione in cui nega che la Cina sia un’economia di mercato. La posta in gioco è alta, come hanno capito gli Stati Uniti che stanno facendo pressioni sull’Ue affinché non conceda il Mes e nel frattempo ha avviato decine di contenziosi con Pechino (l’ultimo sui polli). Secondo la fonte del Foglio, nell’Ue “la sovrapposizione industriale con la Cina è al 40 per cento”. Ci sono almeno sette settori del manifatturiero esposti alla concorrenza sleale. “Se limiti la possibilità di usare gli strumenti di difesa commerciale con la Cina sei morto”, dice la fonte. Ma dietro l’Olanda ci sono potenze europee che sono pronte a sacrificare gli interessi di altri stati membri. Londra e i paesi nordici hanno poco da perdere in termini di manifatturiero e molto da guadagnare nelle transazioni finanziarie o commerciali. Germania e Francia non vogliono irritare un grande importatore di Bmw e Airbus. Tranne Matteo Renzi, nessun leader si è messo di traverso, mentre Pechino minaccia rappresaglie. “Se l’Ue non vuole onorare il protocollo che ha firmato, dovrebbe considerare di ritirarsi” dall’Organizzazione mondiale del commercio, ha detto il ministro del Commercio cinese, Mei Xinyu.

 

Per Washington, la risposta migliore al nazionalismo economico della Cina sono trattati come il Ttip. Che però non hanno presa tra i populisti europei. Per Matteo Salvini il Ttip è “un trattato criminale”. Secondo Podemos, è “la costituzione delle multinazionali”. In campagna elettorale, anche i partiti tradizionali preferiscono cavalcare l’onda emotiva dell’antiamericanismo. In Germania cresce il fronte che contesta la linea di Angela Merkel di una “Nato del commercio”: il vicecancelliere della Spd Sigmar Gabriel è sempre più critico, ma anche alcuni esponenti della Cdu – come il ministro dell’Agricoltura Christian Schmidt – hanno iniziato ad alzare la voce contro il Ttip. “In questa fase la Francia dice no”, ha avvertito François Hollande, mentre in un’intervista a Repubblica il suo ministro del Commercio, Matthias Fekl, ha consigliato all’Italia di fare altrettanto per preservare “una certa qualità della vita”. Ma Calenda ha in mente altro: dividere il “deal in due componenti” per firmare almeno una parte del Ttip prima della stagione elettorale che si aprirà in America a novembre e si chiuderà nell’autunno 2017 con le presidenziali in Francia e le politiche in Germania. Altrimenti – spiega la fonte – “non avremo accordo”.

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