Proteste contro il Ttip (foto LaPresse)

Non solo disinformazione. Cosa si muove attorno al Ttip (boicottato)

Marco Cecchini

L’Europa sta forse per abdicare a uno dei princìpi che più l’hanno caratterizzata: quello del libero scambio. Francia e Germania sono contro il trattato che punta a creare una grande area di libero scambio transatlantica tra Europa e Stati Uniti, con il quale si avrebbe un beneficio netto stimato in 200 miliardi di dollari annui.

L’Europa della stagnazione permanente, delle pulsioni nazionalistiche e della chiusura dei confini interni un giorno sì e l’altro no sta forse per abdicare a uno dei princìpi che più l’hanno caratterizzata, come quello del libero scambio. All’avvio dell’Unione economica e monetaria molti temevano che il suo sbocco sarebbe stato un’Europa fortezza, chiusa nella protezione del suo benessere e gelosa custode della sua forza economica. Oggi quel rischio è diventato più concreto, anche se la fortezza sembra piuttosto ammaccata e carica di problemi. Questa settimana il ministro dell’Economia tedesco, Sygmar Gabriel, e il presidente francese François Hollande hanno lanciato due missili a testata nucleare contro il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership), il trattato che punta a creare una grande area di libero scambio transatlantica tra Europa e Stati Uniti mettendo a fattor comune un quinto del commercio e il 50 per cento del prodotto lordo mondiali con un beneficio netto stimato in 200 miliardi di dollari annui.

 

Un doppio siluro giunto, tra l’altro, all’indomani della visita di Barack Obama in Germania, dove il presidente americano aveva perorato con forza la causa del Ttip. Ha detto Hollande: “La Francia respinge il Ttip, se esso costituisce una minaccia per l’agricoltura (ipersussidiata, ndr) nazionale”. Cosa si nasconde dietro queste dichiarazioni liquidatorie a negoziato in corso? Le cronache parlano di una progressiva disaffezione dell’opinione pubblica francese e tedesca nei confronti del trattato, una disaffezione alimentata dalla marea montante delle proteste anti Ttip che, soprattutto in Germania (oggi si marcia anche in Italia), hanno fatto scendere in strada movimenti che vanno dall’estrema sinistra ambientalista e marxista all’estrema destra nazionalista e xenofoba. Ma le ragioni ambientaliste e la protezione del consumatore dalla temuta invasione di polli e carni tossiche made in Usa c’entrano fino a un certo punto. Greenpeace, dopo avere esaminato e pubblicato grazie a una fuga di documenti 250 pagine della bozza di trattato, ha concluso che “il Ttip mette le grandi corporation al centro dell’economia europea”. Un po’ poco e un po’ troppo generico per sabotare il negoziato.

 


Angela Merkel e Francois Hollande (foto LaPresse)


 

Certo, Hollande e Angela Merkel non possono non tenere conto del loro elettorato. Ma le vere ragioni dello stop franco-tedesco sembrano soprattutto legate a considerazioni geopolitiche. Il trattato transatlantico non è solo un accordo di libero scambio. Insieme al Tpp (Trans Pacific Partnership), l’analogo patto degli Stati Uniti con i paesi del Pacifico, esso mira infatti a creare una regolazione comune e liberale in materia di commerci che funzioni da benchmark per il resto del mondo. La sua conseguenza nemmeno tanto implicita è l’isolamento, da una parte della Cina, che non è parte di nessuno dei due trattati e che alla fine potrebbe essere costretta a fare propri gli standard del Ttip aderendo a pratiche commerciali destinate a minarne la competitività, e dall’altro lato della Russia, anch’essa fuori dai due patti, che vedrebbe sminuita la sua “presa” energetica sull’Europa. Con queste premesse è ovvio che sia Pechino sia Mosca non vedano di buon occhio l’adesione europea al trattato.

 

Ma per le stesse ragioni sia Parigi, dove non si è mai spento un certo antiamericanismo di maniera, sia Berlino che ha forti legami economici con la Cina tentennano, di fronte a una scelta di campo così netta. Secondo il Centre for European Reform di Londra, centro studi indipendente sulle tematiche dell’Unione, i benefici extraeconomici dell’accordo per la Ue sono molteplici: un’Europa più forte e credibile sulla scena internazionale, più sicura dal punto di vista energetico, più coesa. Ma tutto ciò non basta a vincere le resistenze del nucleo duro franco-tedesco e gli unici paesi europei a sostenere oggi convintamente il Ttip sono l’Italia e il Regno Unito. Le relazioni di Pechino con la Germania sono fondate sul retropensiero cinese che vede la Repubblica federale come possibile contrappeso allo strapotere americano. Nel 2015 l’import-export Germania-Cina ha sfiorato i 170 miliardi di euro e Pechino rappresenta ormai il quarto partner commerciale di Berlino, con un trend in crescita. Ad aprire la strada sono state le case automobilistiche che per prime in Europa hanno compreso le potenzialità di un mercato che cresce del 4-5 per cento all’anno.

 

Oggi la Bmw vende più auto in Cina che sul mercato domestico. E quando nel 2014 la Cina ha minacciato ritorsioni a causa dei dazi punitivi imposti da Bruxelles sulle esportazioni di pannelli solari made in China, i ceo di Volkswagen, Bmw e Mercedes si sono precipitati dalla Merkel per chiedere moderazione. La Francia, con un volume di import-export con la Cina di quasi 80 miliardi annui e una bilancia commerciale deficitaria, è in una posizione diversa dalla Germania. Le resistenze francesi al Ttip nascono soprattutto dai timori di una liberalizzazione degli scambi agricoli, un settore roccaforte dei lepenisti no global e antieuro. Ma nel 2015 Parigi ha comunque aderito insieme alla Germania all’iniziativa per la creazione della Asian Infrastructure Investment Bank, con la quale Pechino cerca di contenere il dominio americano nelle istituzioni finanziarie internazionali. Una decisione, quella franco-tedesca, che è piaciuta ai cinesi ma ha provocato irritazione a Washington. “La frenata franco-tedesca sul Ttip mi fa pensare all’Europa delle Patrie di gollista memoria: così non si va da nessuna parte”, dice al Foglio un alto funzionario europeo vicino al dossier.

 

Ma il ritorno dell’Europa delle Patrie potrebbe avere effetti devastanti in termini di marginalizzazione del Vecchio continente se il negoziato fallisse. Tra l’altro esso rafforzerebbe il partito pro Brexit d’oltremanica. Obama nella sua recente visita a Londra ha sollecitato gli inglesi a restare in Europa e ha addotto come argomentazione il fatto che una volta fuori Londra sarebbe costretta a negoziare un patto commerciale con Washington solo dopo, “finendo in fondo alla coda”. Se il Ttip fallisse per mano franco-tedesca, l’uscita di Londra sarebbe facilitata.