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Trump strega i repubblicani, ora l’America è lo spettacolo più eccitante del mondo. Ma dà un po’ i brividi

Se The Donald non riuscirà a battere Hillary, ipotesi piuttosto probabile, allora sarà lunga e tortuosa la via del recupero per il Gop. E avremo il trionfo di una nuova coalizione politicamente corretta

5 Maggio 2016 alle 06:18

Trump strega i repubblicani, ora l’America è lo spettacolo più eccitante del mondo. Ma dà un po’ i brividi

Donald Trump (foto LaPresse)

Con la vittoria di Trump nell’elettorato repubblicano, tramonta con le sue ambizioni opere e fallimenti l’America di Reagan e dei Bush. Se The Donald perderà contro Hillary, esito allo stato probabile, sarà lunga e tortuosa la via del recupero, l’azzeramento di una intera classe dirigente e di un partito che ha centosessant’anni di storia si delinea come una lugubre festa del risentimento e dello smarrimento. E avremo il trionfo di una nuova coalizione politicamente corretta, la quasi certa perdita della maggioranza repubblicana al Congresso. Se il candidato outsider del Grand Old Party riuscisse a sfruttare al meglio le vulnerabilità della Clinton, nel corso di una campagna elettorale che in America conta, e decide, la scena diventa totalmente imprevedibile, non restano che pericolose scommesse. O le istituzioni imbriglieranno nel sistema dei checks and balances la persona che incarna e porta a un inedito successo la demagogia della specie più bassa, l’improvvisazione e il cinismo antipolitico, oppure America e mondo balleranno la rumba in una bolla di frammentarietà e di ubriachezza. In entrambi i casi, il conservatorismo americano, che è stato per quasi quarant’anni l’unico vero modo, in questo paese che apre i mercati e cerca un nuovo ordine mondiale dopo la sua vittoria nella guerra fredda, di essere rivoluzionario e liberale, uscirà dal radar del possibile politico, e alla fine sulle sue rovine sarà sparso il sale. Che un presidente Trump illetterato e solitario riesca a fare di nuovo grande una nazione fondata sulla libertà e la mobilità sociale, creature del professionismo politico-costituzionale dei suoi fondatori, direi che è da escludere.

 

La riluttanza verso Hillary e l’eredità di Barack Obama si sentono. L’utopista Bernie Sanders, anche lui un outsider e un “socialista” di inedita forza di trascinamento, si è confermato una spina ficcata nel fianco della quasi certa candidata dei democratici, che ha la sua parte di impopolarità e parecchie difficoltà nel tentativo di ricostruire una maggioranza presidenziale persuasiva, dal centro politico alla sinistra liberal. La dinamica americana, in un mondo ad alto rischio in fatto di economia e sicurezza, si presenta oggi tremendamente aperta. E lo spettacolo più grande ed eccitante del mondo, che però non è un musical, comincia a dare i brividi. I liberal della costa orientale hanno coccolato il fenomeno Trump, avversando per onore di firma la sua scorrettezza rapace e irresponsabile, ma godendo della sua efficacia nel cancellare le intransigenze e gli indigesti princìpi della tradizione repubblicana. Un edonista coi quattrini e la lingua sciolta e velenosa, in quanto fenomeno televisivo e mediatico della nuovissima chattering class, gli andava bene. Ora vedremo che cosa faranno con il minaccioso candidato.

 

Barry Goldwater, candidato repubblicano perdente del 1964, molti secoli fa, diceva che nel perseguimento di una causa giusta la moderazione non è una virtù e l’estremismo non è un vizio. Parole sante, che sono sopravvissute al suo disastro elettorale. Ma non sono applicabili alla campagna di Trump, un nichilista opportunista creato dal nuovo mondo delle apparenze, che sta al di là di vizi e virtù, al di là del bene e del male.

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