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L’assalto della “destra sbagliata” e lo choc dei pragmatici davanti agli insorgenti

"The wrong right” secondo il vicedirettore dello Spectator:  il minimo comune denominatore è una rabbia non conservatrice contro il sistema.

2 Maggio 2016 alle 11:18

L’assalto della “destra sbagliata” e lo choc dei pragmatici davanti agli insorgenti

Un' effigie di Donald Trump capeggia una delle manifestazione del primo maggio a Los Angeles (foto LaPresse)

Milano. “The wrong right”, titola il magazine inglese Spectator. Il gioco di parole in inglese è perfetto, ma il concetto è chiaro in tutte le lingue: la destra sbagliata (per evitare fraintendimenti, visto che si tratta pur sempre di una rivista conservatrice, c’è l’illustrazione di Donald Trump con un forcone in mano, seguito dalla leader del Front national francese Marine Le Pen e dal sindaco di Londra Boris Johnson, con torce alzate ed espressioni tra il folle e il minaccioso). Freddy Grey, vicedirettore dello Spectator con un passato alla redazione culturale dell’American Conservative, scrive che “da ogni parte si guardi, paese dopo paese, i nazionalisti suonati stanno vincendo mentre i conservatori pragmatici scappano impauriti”. Che si parli di destra estrema, per Grey non è rilevante, il minimo comune denominatore è “una rabbia non conservatrice contro il sistema, un desiderio di punire i partiti del centro destra che hanno tradito il popolo”. Il fenomeno più visibile è quello di Donald Trump e dei suoi sostenitori – “ha dichiarato morto il sogno americano, dice che il partito ha svenduto i suoi elettori, e tutti lo amano per questo” – ma l’Europa è costellata di esempi simili, e secondo Grey gli indipendentisti dell’Ukip non si sono affermati in Inghilterra grazie soltanto a un sistema elettorale benedetto.

 


L'illustrazione pubblicata sul magazine Spectator


 

Il Regno Unito, che con il suo conservatorismo liberale incarnato da David Cameron sembrava immune dal contagio, oggi appare infragilito: il cameronismo non esiste, dice Grey, non si è formato come una dottrina chiara e comprensibile (il progetto della Big Society è rimasto incompreso), e il referendum sulla Brexit ha rimesso in discussione tutto, “ponendo domande che tutti i conservatori evitano da sempre: la crescita economica è più importante della sovranità nazionale? E la nostra nazione è davvero ‘great’”? Da quando il paese ha dovuto interrogarsi, sono emerse le contraddizioni e le ipocrisie, ed è difficile tornare indietro, sostiene Grey: “Gli inglesi sono orgogliosi di non aver mai ceduto all’estremismo. Non abbiamo abbracciato il comunismo o il fascismo perché siamo per natura conservatori. Ma nel mondo, il conservatorismo sta avendo un collasso nervoso. La destra si sta distruggendo, e il referendum sull’Europa sta dimostrando che i conservatori inglesi possono essere folli come chiunque altro”.

 

I toni del vicedirettore dello Spectator sono esasperati perché il clima nel Regno Unito è teso da molte settimane, e nemmeno la soglia del 23 giugno, giorno del referendum, sembra un argine vero alla crisi in corso (va detto che la sinistra in Inghilterra e in Europa, come ha spiegato nel dettaglio l’Economist di recente, non se la passa molto meglio: basta vedere quel che accade nell’acclamata e mezza vuota piazza francese di Nuit Debout, i nottambuli che non vogliono leader ma che si accorgono che senza leader non hanno efficacia e che iniziano a diventare nervosi e violenti). Anche in America il dibattito è aperto dall’inizio delle primarie, ma il Partito repubblicano non sa ancora se accettare l’inevitabile o se continuare a combattere l’avanzata di Trump con candidati poco amati e maneggiando il suo statuto. Secondo Ross Douthat, commentatore conservatore del New York Times, l’errore del Gop è stato proprio questo: l’indecisione. L’incapacità di scegliere.

 

Il suo collega David Brooks va oltre, dice che Trump ha fatto emergere una sofferenza nel paese, che si esprime con la rabbia, ma che esiste: lo showman non ha gli strumenti per curare questo dolore, né se li può procurare, e allora i conservatori devono inventare “una nuova storia nazionale” che tenga conto dei cambiamenti e delle ferite, e che prometta delle soluzioni. Anche David Frum sull’Atlantic fa lo stesso esercizio: da dove ripartire ora che con tutta probabilità il meglio che il Gop sia riuscito a sfornare è Donald Trump? Il dibattito cosiddetto costruttivo è soltanto iniziato, ma nella nebbia elettorale non sarà facile metterlo a fuoco con chiarezza. Intanto, di fronte a questi insorgenti conservatori che sembrano l’unico conforto alla rabbia, vince l’esasperazione.

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