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La ragion di stato alla prova Regeni

La famiglia del ragazzo ucciso ha mostrato un volto raro, capace di civismo eroico. Le autorità italiane hanno reagito come potevano e dovevano. Botero e i trattati del 500 sono lontani, mentre chi strumentalizza è vicino.

30 Marzo 2016 alle 20:45

La ragion di stato alla prova Regeni

Luigi Manconi, Paola Regeni, Claudio Regeni, Alesandra Ballerini mostrano uno striscione durante la conferenza stampa di mercoledì al Senato (foto LaPresse)

E’ quasi certo che Giulio Regeni sia stato preso dai servizi egiziani, torturato, ammazzato e il suo cadavere reso reperibile nella speranza di imbastire una giustificazione farlocca per la sua scomparsa o nel contesto di battaglie interne alle forze di sicurezza del regime del generale-presidente al Sisi (che ha i suoi nemici interni come tutti gli apparati della forza divenuti potere statuale). L’eventuale circostanza di una implicazione di Regeni in un network informativo che poteva essere considerato pericoloso politicamente dagli organi di sicurezza, dunque l’innesco del fatto tragico, va solo a merito e illustrazione della giovane vita di studio, di relazioni, di opinioni in dissenso e di interesse per le battaglie di opposizione di Giulio. Per ogni regime autoritario chi si oppone è automaticamente una spia o l’alleato, se straniero, di un potenziale nemico della fatta più maligna, il famoso nemico interno.

 

Il ragazzo è stato seppellito con grande cura per il contegno e la sacralità della morte da famiglia e amici. La famiglia e gli amici hanno mostrato un volto raro, severo, fiero, capace di civismo eroico, per certi aspetti perfino impassibile oltre il velo trasparente di un dolore atroce. Il senatore Luigi Manconi, che si occupa della questione istituzionalmente e come ispiratore di un movimento di diritti umani, ha guidato dentro la sala Nassirya del Senato un pubblico pronunciamento che rimarrà nella memoria per il volto struggente della madre di Regeni e per la sua rivelazione: avevano talmente martoriato corpo e volto del figlio, con una tortura che ricorda la barbarie d’un tempo che non vuole passare, che è stato possibile riconoscerlo solo dalla punta del naso.

 

Governo e altre autorità italiane, anche di parte indipendente come la magistratura penale, hanno seguito con crescente incredulità e rabbia i tentativi vani e penosi degli egiziani di trovare una soluzione impossibile, che sacrificasse alla verità delle cose, all’imputabilità di comportamenti disumani, la ragion di stato ridotta a uno straccio, a un reperto grottesco di antiche e oggi impalatabili memorie politiche. Hanno provato in molti modi a inventarsi la fine di Giulio Regeni per evitare che si scopra quel che è effettivamente avvenuto. Data la complicazione politica e la delicatezza del problema dal punto di vista degli interessi nazionali, trattandosi del rapporto di stato con un regime che ci interessa per il suo controllo sull’approvvigionamento energetico e per il suo crescente ruolo dissuasivo nella Libia sconvolta dalle guerre di fazione e dall’irruzione dello Stato islamico, le autorità italiane hanno reagito come potevano e dovevano: alzando la voce al massimo livello, chiedendo verità, stabilendo gradi e tappe dell’accertamento, forzando le cose per favorire una soluzione accettabile che non abbia il sapore di un compromesso insabbiatore.

 

Fratelli musulmani vs interesse nazionale

 

E’ una questione che ci riguarda tutti, salvo le anime belle e le coscienze pure che pensano di potere fare a meno della politica, della diplomazia, del realismo, del diritto e della forza, e si fanno vanto della loro intrinseca purezza e disponibilità a far saltare tutto in aria (meglio: disponibilità a trasformare una tragedia in un comodo atto d’accusa al governo nazionale, purché sia moralmente e politicamente redditizio in una logica di ostilità e di preconcetto). La ragion di stato non è più quella di Giovanni Botero e dei trattati del Cinquecento, ovvio. Le società aperte, che vivono anche della loro impura rete di alleanze, che devono scegliere tra la dittatura elettiva della Fratellanza musulmana e il governo dei generali al Cairo, e scegliere in base all’interesse nazionale, non sono gli stati nazionali dell’origine, sono società interdipendenti dal resto del mondo e forgiate da un serio impegno di fronte all’opinione pubblica e alla tavola dei diritti umani, un tempo affatto sconosciuti. Per questo è giusto il percorso iniziatosi in queste settimane e ribadito dal senatore Manconi, dalla Farnesina e dal potere esecutivo: portare gradualmente verso il confine dell’intollerabilità, il punto di non ritorno, la richiesta per canali pubblici e diplomatici di verità per Giulio Regeni, e alimentare una campagna internazionale con il solido sostegno di un grande paese quale siamo, senza dispiegare una velleitaria ostilità rissosa e odio verso l’Egitto. Chi si tira indietro e, fatto un passo di lato, spara a pallettoni sfruttando il dolore di una famiglia e lo scandalo indicibile che il fatto della tortura sempre rappresenta, e lo fa in nome della dignità nazionale, assume in realtà un comportamento poco dignitoso, strumentale, banalmente utilitaristico per i vantaggi presunti ricavabili dall’offesa che prova l’opinione pubblica.

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