Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi (foto LaPresse)

in Egitto

Non solo Zaki e Regeni: così al Sisi ha messo in trappola gli oppositori

Luca Gambardella

Il regime egiziano “tiene in ostaggio Patrick perché vuole ottenere la garanzia che nessun poliziotto sia incolpato per l'omicidio del ricercatore italiano”, ci dice l’attivista al Mahienour el Massry. Il timore di nuove rivolte come quelle del 2011

E’ stato solo al suo arrivo in aeroporto che Mahienour el Massry, avvocatessa e attivista egiziana, ha scoperto di essere stata intrappolata dal regime nel suo stesso paese. Tre giorni fa avrebbe dovuto ricevere in Italia un premio per  le sue lotte in difesa dei diritti umani, ma al momento della partenza le è stato detto che il passaporto era stato sospeso e che non poteva uscire dall’Egitto. Provvedimenti analoghi oggi riguardano migliaia di oppositori. Così come successo nel caso di el Massry, la misura restrittiva ha una durata indeterminata e non è necessariamente legata a un procedimento penale in corso. In altre parole, è arbitraria e illegale. “E’ come se fossimo in prigione, come se fossimo morti”, dice el Massry al Foglio per raccontare una delle tante sfaccettature della repressione di Abdel Fattah al Sisi. Un regime che si muove su un doppio livello. Uno di facciata, che punta sul suo indispensabile ruolo di equilibratore nella regione e punto di partenza del gas liquefatto verso l’Europa, e un altro sommerso, fatto di repressione, incarcerazioni, rapimenti, torture. E’ per portare alla luce queste violazioni che el Massry lotta da anni ed è anche la ragione per cui avrebbe dovuto ricevere a Venezia l’Aurora Prize. “Sono già stata in carcere, l’ultima volta nel 2019 le forze di sicurezza mi hanno rapita fuori dall’ufficio della polizia. Mi hanno rilasciata due anni dopo”. 

 

 L'attivista egiziana Mahienour el Massry

 

La repressione interna non è slegata dal contesto internazionale. Una delle conseguenze della guerra in Ucraina è stato l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e il governo, in attesa di un prestito dal Fmi, ha imposto pesanti sacrifici alla popolazione. “Sisi sa di avere preso delle misure economiche impopolari come il taglio dei sussidi ed è preoccupato dalla reazione degli egiziani – dice l’attivista di Alessandria – Per questo l’insegnamento che ha tratto dai tempi di Mubarak è di schiacciare ogni margine di libertà, ogni forma di protesta, per evitare che da qui prenda vita un movimento più pericoloso”. El Massry ha seguito da vicino anche il caso di Patrick Zaki. Il giovane studente dell’Università di Bologna, dice, è  una moneta di scambio  per mercanteggiare la chiusura delle indagini sull’omicidio di Giulio Regeni: “Patrick è ostaggio dell’Egitto”, in attesa delle udienze di un processo che lo vede accusato di diffusione di notizie false ai danni del paese. “Sisi vuole ottenere dall’Italia la garanzia che nessun poliziotto egiziano sia incolpato per l’omicidio Regeni. Solo allora chiuderà il processo contro Zaki”. 

 

Il subdolo maquillage politico di Sisi irretisce la comunità internazionale, che nel frattempo ha scelto proprio Sharm el Sheikh come sede della prossima Cop27, la conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici in programma dal 6 al 18 novembre. Molti hanno protestato. Perché concedere a un paese che ha incarcerato oltre 60 mila oppositori di ospitare un evento tanto prestigioso? “Una follia”, secondo el Massry. “Da due mesi è fatto divieto agli attivisti  di recarsi a Sharm, per evitare che spostino l’attenzione sul disastro ambientale che invece interessa il paese. E’ un’operazione di ‘greenwashing’ da parte di Sisi”. E’ il lato oscuro di uno stato autoritario contro cui, lamentano gli oppositori, le misure di pressione internazionale sono state finora troppo blande. 

 

Ieri, il Senato degli Stati Uniti ha bloccato 130 milioni di dollari stanziati dal dipartimento di stato e destinati alle spese militari egiziane come punizione per le violazioni dei diritti umani. Una fetta minima rispetto ai circa 1,3 miliardi di dollari destinati ogni anno da Washington. C’è il realismo politico con cui fare i conti e che impone all’occidente di non indietreggiare davanti alla competizione in corso con cinesi e russi su chi riesca a portare l’Egitto sotto la propria sfera di influenza. In mezzo c’è chi non intende tradire la propria lotta per la libertà e i diritti umani, cominciata nel 2011 e rimasta incompiuta. “Il regime punta a tenerci divisi, a frammentare e indebolire le forze dell’opposizione. Ma la verità è che ogni contromisura presa per soffocarci ci rafforza. Ciò che è successo con le rivolte di dieci anni fa dimostra che Sisi non può sentirsi al sicuro”.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it