Le rotte alternative dopo Hormuz per il Mediterraneo: Azerbaigian, Egitto e Israele

Gli intensi attacchi del regime iraniano alle infrastrutture energetiche del Golfo hanno favorito un cambiamento delle dinamiche regionali, sbloccando nuove porte d'accesso al Mediterraneo

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17 APR 26
Ultimo aggiornamento: 04:46 PM
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© foto Ansa

“Sabato 28 febbraio, quando è iniziata l’attuale guerra con l’Iran, stavo parlando con un amico – un importante attore del mercato energetico in uno stato del Golfo Persico. Durante la conversazione è suonata una sirena e ho continuato a parlare dallo shelter”, racconta al Foglio Yossi Abu, ceo di NewMed Energy. “Nel corso dei precedenti attacchi militari ricevevo molte telefonate da amici nei paesi arabi che mi dicevano: ‘Stai al sicuro’. Questa volta, invece, sono stato io a chiamare loro per dirgli di fare attenzione”. L’intenso attacco da parte del regime iraniano alle infrastrutture energetiche del Golfo, assieme alla chiusura dello Stretto di Hormuz, hanno profondamente scosso il settore energetico, non soltanto nella regione direttamente colpita, ma in tutto il mercato globale ad esso connesso.
Tuttavia, Abu vede in questa crisi un’opportunità storica per rimodellare le dinamiche regionali, posizionando Egitto e Israele come le nuove porte d’accesso al Mediterraneo: “Sappiamo che in condizioni normali, ogni giorno passano attraverso Hormuz 25 milioni di barili di petrolio. Ma grazie a rotte alternative come l’oleodotto Est-Ovest dell’Arabia Saudita, il porto di Fujairah negli Emirati Arabi Uniti e i flussi ininterrotti da Iran e Oman, solo circa il 16 per cento della produzione globale di petrolio risulta effettivamente bloccata. Ma il vero problema non è tanto il mercato del petrolio, quanto quello del gas naturale. Nel 2025, la produzione globale di Gnl aveva raggiunto 380 milioni di tonnellate. Con il Qatar, che ne produce 77 milioni, e gli Emirati Arabi Uniti che ne producono 6, in questo momento il 20 per cento dell’offerta mondiale di gas risulta bloccata. E poiché è significativamente più difficile da immagazzinare rispetto al petrolio, questo collo di bottiglia ha inevitabilmente innescato una ‘corsa all’energia sicura’”.
Quello che Abu prevede è che, nel breve termine, gli Stati Uniti reindirizzeranno il Gnl dall’Europa verso l’Asia e, nel medio-lungo periodo, questo choc spingerà enormi investimenti verso riserve di gas naturale accessibili e affidabili, ponendo l’intero Mediterraneo sotto i riflettori.
Per riuscire a soddisfare questa esigenza, Yossi Abu condivide la strategia del “triangolo energetico” che collega gli stati del Golfo, l’Azerbaigian – uno dei maggior produttori di gas – e due maggiori hub di transito del Mediterraneo: Israele ed Egitto. Due, pertanto, risulterebbero i principali corridoi energetici: la rotta settentrionale, per trasportare il gas da Qatar e Arabia Saudita verso Azerbaigian e Turchia, con la rete di gasdotti che dovrebbe viaggiare geograficamente verso nord attraverso l’Iraq e il Caucaso, e la rotta meridionale, per portare il petrolio al Mediterraneo attraverso i giacimenti lungo le coste israeliane ed egiziane – Leviatham e Zohr – con le petroliere che viaggerebbero a sud e a ovest dal Golfo, aggirando la penisola arabica, o passando attraverso il Mar Rosso, entrando poi in Europa dal corridoio mediterraneo meridionale.
Abu ritiene che questo cambiamento infrastrutturale potrebbe catalizzare un più ampio riallineamento geopolitico: collegare l’Arabia Saudita alle infrastrutture israeliane attraverso una necessità economica condivisa potrebbe, infatti, velocizzare la strada per la sua adesione agli Accordi di Abramo: “Non si tratta solo di accordi diplomatici di facciata, ma di una vera partnership, sia sul piano commerciale che in termini di risorse umane. Il comportamento dei paesi potenzialmente firmatari durante un conflitto ancora in corso hanno già mostrato i risultatati della loro collaborazione strategica. Le scelte intraprese dal presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed – ben prima dell’inizio di questa guerra – e la sua visione di lungo periodo, saranno lasciate in eredità alle generazioni future. Prima ancora dell’effettiva implementazione degli Accordi, nel corso di queste settimane abbiamo visto come i leader degli Emirati vogliano salvaguardare il futuro della regione, insistendo su un Iran senza nucleare. La prossima mossa è creare una porta d’accesso al Mediterraneo per il petrolio saudita ed emiratino. Una volta costruiti gli oleodotti – conclude Abu – seguiranno ferrovie, cavi di comunicazione e tutto l’indotto del real estate. Il potenziale sul tavolo è enorme e la portata dei benefici supera di gran lunga i confini del medio oriente”.