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Le avventure della Ragion di stato

Il percorso tortuoso di una questione antica porta la Francia della Fraternité a fottersene, la Germania a compromettersi con la censura di Stato e la cinica Italia a curarsi della morale. Dal caso Regeni a Erdogan. Con una sorpresa – di Giuliano Ferrara

15 Aprile 2016 alle 18:11

Le avventure della Ragion di stato

Recep Tayyip Erdogan con Angela Merkel (foto LaPresse)

Le avventure della Ragion di stato sono curiose. A partire dalla metà del Cinquecento nacque l’Europa moderna, come tutti sanno, e nacque distruggendo progressivamente il sistema universalistico della Cristianità e dell’Impero, costruendo tra guerre e altre tensioni fondamentaliste gli stati dinastici che poi diverranno gli stati, senza aggettivi, protagonisti della storia che abbiamo vissuto. L’ideologia della Ragion di stato, codificata dal sulfureo Giovanni Botero e prima di lui originata nel pensiero dell’altrettanto sulfureo Niccolò Machiavelli, segretario fiorentino, fu madre e figlia di questo processo che ci ha costituiti per quello che siamo lungo alcuni secoli. Il succo lo conosciamo: Ragion di stato vuol dire che le esigenze della morale sono subordinate all’interesse della comunità politica, e la teoria si porta appresso come corredo la nozione dello stato in quanto apparato della forza, infrastruttura di promozione e protezione dell’economia, centro di protocolli segreti amministrati in nome dell’interesse dalla diplomazia e dalle famose cancellerie. Le esigenze dell’etica pubblica e della morale privata, sostenuta dal sentimento religioso? Pazienza.

 

Ora in Italia un fiorentino è a capo di un governo gigliato, ed è in odore di estremo cinismo, come spesso succede ai giovani che si fanno largo. Eppure accade l’impensabile. Senza isterismi, nonostante l’interesse di stato prema con intensità e abbia anche il nome dell’Eni, cioè dell’unico potere sopranazionale rimastoci, Roma rompe con il governo egiziano e denuncia nel mondo lo scandalo di un sequestro di polizia, con torture e uccisione del sequestrato, Giulio Regeni, che le autorità del Cairo vogliono a tutti i costi coprire e insabbiare. La faccenda è molto più complicata di quanto non pensino le anime belle della morale extrapolitica e gli stormi di corvi che vogliono usare il caso internazionale a scopi politici interni di bassa lega. Dopo il naufragio delle illusioni della cosiddetta primavera araba, dopo il bagno di sangue provocato dalla follia del governo dei Fratelli musulmani e del presidente Morsi, l’Egitto si è stabilizzato con l’intervento dell’esercito. Un ragionevole rapporto di coesistenza e collaborazione con il Cairo di al Sisi, a parte le notevoli dimensioni economiche dell’interscambio e la decisiva questione energetica, sembra parte dell’interesse dell’Italia anche dal punto di vista della sicurezza regionale, basti pensare al caso della Libia, paese arabo confinante con l’Egitto e via mare con l’Italia, travolto dalla guerra di fazione dopo la sciagurata impresa anti Gheddafi. Eppure. Eppure I fiorentini, la banda dei giovani cinici amici dell’Eni, “fanno quello che si deve, accada quel che può” (che è l’esatto opposto della logica della Ragion di stato).

 

La Francia ha un problema analogo al nostro con un suo cittadino sparito nelle grinfie dei servizi egiziani. Ma se ne frega. Visite di stato del presidente Hollande, accordi di commercio per partite di armi eccezionali, desolidarizzazione rispetto alla campagna dell’alleato e partner in Europa. Regeni? Torture? Crisi diplomatica tra Roma e il Cairo? E’ il momento per Parigi di inserirsi nel gioco senza complessi. Il New York Times stronca questo comportamento francese con parole durissime, a nome dell’opinione pubblica americana. Gli americani conoscono benissimo le regole del gioco politico cinico, e le praticano, ma up to a point. E le tribune dell’opinione si distaccano regolarmente dalla logica dell’interesse politico puro, e bastonano.

 

In Germania Angela Merkel è passata in pochi mesi da agente dell’idealismo umanitario, con l’apertura delle frontiere alla marea di profughi in esodo biblico dalla Siria, a soggetto di una cruda Ragion di stato. Bisogna far funzionare l’accordo con il Sultano di Istanbul, Erdogan, e lo scambio moneta contro collaborazione sul fronte delle migrazioni sta perfino funzionando. Un comico, Jan Boehmermann, inscena una violenta farsa satirica contro il Sultano, che non ama notoriamente il dissenso o la critica a mezzo stampa, non importa se i mezzi siano satirici o d’altro tipo. Erdogan chiede la punizione dell’artista che lo aveva rudemente dissacrato, e lo persegue per via diplomatica e per via legale. Vige in Germania una vecchia legge contro il vilipendio di un capo di stato estero, che la stessa Merkel sostiene vada cambiata, e in virtù di quella legge il comico può finire sotto processo al tribunale di Magonza. Il Cancellierato autorizza la procedura di messa in stato di accusa, e il Sultano si prende la soddisfazione di mettere in mora i famosi valori del nostro way of life, primo fra tutti la libertà di espressione e di critica. Mica male come imbroglio.

 

La Ragion di stato impone di scegliere e nessuna delle alternative è piacevole. In un caso tradisci l’interesse pubblico e politico, nell’altro caso trasgredisci le leggi della morale. L’avventuroso e tortuoso percorso di questa vecchia questione, da secoli al centro della politica europea e mondiale, porta la Francia della Fraternité a fottersene, la Germania dell’idealismo umanitario a compromettersi con la censura di Stato, e l’Italia cinica e bara dei giovani fiorentini a curarsi della morale. Sorprendente.

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