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E se fosse il Kosovo la capitale dello Stato islamico in Europa?

La rotta degli aspiranti jihadisti che non sono cresciuti in Europa ma che attraversano l’Italia subito dopo la radicalizzazione.

27 Marzo 2016 alle 06:00

E se fosse il Kosovo la capitale dello Stato islamico in Europa?

Milano. Secondo l’intelligence europea e irachena sarebbero quattrocento i mujaheddin dell’Is addestrati per importare la guerra in Europa. Nel frattempo, l’Italia, oltre alla minaccia libica, deve combattere su un altro fronte esterno: il Kosovo. I nostri servizi segreti temono che il terrore possa arrivare dal mare Adriatico. Il Foglio lo aveva anticipato il 29 gennaio scorso, ma ora trapelano altre indiscrezioni secondo cui il Kosovo sarebbe diventato la meta di un pellegrinaggio islamista all’interno della rotta balcanica. “Come il Cammino di Santiago de Compostela”, dice con sarcasmo una fonte del Foglio. Lungo un asse geografico che porta da Pristina fino in Bosnia, dove operano i seguaci di Bilal Bosnic (l’imam reclutatore che in Italia ha radicalizzato diversi gruppi di jihadisti) ci sono 6 o 7 predicatori che hanno una doppia missione: avvicinare i migranti che vengono in Europa attraverso la rotta balcanica per cercare di intercettare i più vulnerabili e indottrinarli, e nello stesso tempo accogliere gli arabi – “fino ad ora tunisini, egiziani ed iracheni” – che si stanno recando in Kosovo, nelle enclave salafite a Pristina e a Restelica, dove vengono preparati per entrare in Europa passando dal canale d’Otranto. Il progetto ormai è noto all’intelligence. Si tratta del tentativo di creare un corridoio da Valona per far entrare i migranti respinti dai paesi balcanici o trattenuti in Turchia che permetterebbe ai terroristi di raggiungere le coste pugliesi a bordo di motoscafi. Ciò che non si sapeva fino a ora è che, mentre l’Is perde terreno nel Califfato, diversi aspiranti jihadisti invece di andare in Siria si stanno dirigendo verso lo stato traballante del Kosovo, dove ci sono già oltre un centinaio di foreign fighter tornati dalle aree di guerra. L’Italia, dice la fonte del Foglio, non è ancora un target, nonostante l’allarme terrorismo interno cresca, ma continua a essere terra di transito. E chissà se è vero o se queste affermazioni sono dettate dall’esigenza di non alimentare la paura, dopo l’ennesima strage di Bruxelles.

 

Chi sono questi predicatori kosovari? Probabilmente i soliti noti. Reclutatori itineranti che da anni hanno un ponte diretto con l’Italia. Per esempio Sead Bajraktar, imam di Restelica, un villaggio che si trova fra i monti dell’Albania e della Macedonia. Bajraktar ha vissuto in provincia di Siena, dove ha fondato un centro islamico a Monteroni d’Arbia. Secondo i nostri servizi segreti si è recato spesso in Kosovo ad addestrarsi. Poi c’è Idris Idrizovic, cognato di Sead Bajraktar: anche lui ha vissuto e predicato in Italia. O Idriz Bilibani, considerato il più pericoloso fra i predicatori islamisti, arrestato più volte in Kosovo e in collegamento con il cerchio magico di Bilal Bosnic, in Bosnia. E ancora: Mazllam Mazllami, ospitato  come Bosnic nel casolare-moschea di Motta Baluffi, in provincia di Cremona, e poi arrestato l’anno scorso a Pristina. O Shefqet Krasniqui, imam della moschea  principale di Pristina, che entra ed esce dalle carceri kosovare. Tutti predicatori itineranti, tutti o quasi con collegamenti italiani. E infatti non è un caso che i Ros siano in missione in Albania per cercare di spezzare questo ponte e contrastare la rotta adriatica. Le indiscrezioni sul flusso degli aspiranti jihadisti, che non sono cresciuti in Europa ma puntano a transitare per l’Italia dopo la radicalizzazione in Kosovo, fanno tremare i polsi. Spiega Giovanni Giacalone, ricercatore dell’Ispi: “Il Kosovo è uno stato fragile, per usare un eufemismo. Se è vero che questi predicatori itineranti e noti anche in Italia stanno accogliendo nuovi jihadisti arabi, è evidente che non è stata fatta alcuna prevenzione efficace per contrastare il terrorismo in Kosovo, e che il coordinamento europeo non ha funzionato. Da anni si sapeva che il Kosovo era un paese ad alto rischio di radicalizzazione. Il fatto che la rotta balcanica si sia rafforzata fino a questo punto significa una cosa sola: siamo di fronte a una fase di infiltrazione di islamisti molto avanzata. Non si doveva lasciare incustodita la nostra porta orientale dei Balcani per entrare in Europa”. E ora il Kosovo rischia di trasformarsi in un paese serbatoio di integralisti che potrebbe servire anche da  trampolino per il terrorismo dell’Is in Europa. Del resto, come abbiamo dimostrato ieri sul Foglio, raccontando il caso di Resim Kastrati che fa proselitismo fra i musulmani italiani su Facebook, i kosovari non hanno bisogno di motoscafi per arrivare in Italia.  “Conosciamo tutto di questi predicatori”, dicono al Foglio le nostre fonti di intelligence. “Dal codice fiscale alle lastre delle loro dentature. Li fermeremo”. Ma intanto l’Is ci ha avvisati: “Crociati, avrete il buio”. 

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