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Nessuno stupore sui terroristi benestanti. Lo dicevano già i dati sui foreign fighter europei

I terroristi che hanno colpito venerdì sera in Bangladesh, uccidendo anche 9 cittadini italiani, appartengono a famiglie benestanti del paese. Sorpresa? Non proprio.

4 Luglio 2016 alle 10:48

Nessuno stupore sui terroristi benestanti. Lo dicevano già i dati sui foreign fighter europei

I terroristi che hanno colpito venerdì sera in Bangladesh, uccidendo anche 9 cittadini italiani, appartengono a famiglie benestanti del paese. Hanno frequentato le scuole migliori, avevano un lavoro e un ambiente sociale alle spalle tutt'altro che disagiato. Sorpresa? Non proprio. Basti vedere uno studio appena pubblicato sui foreign fighter che hanno lasciato i paesi europei per combattere con lo Stato islamico (Isis). L'Isis deve gran parte del suo successo sul campo a un afflusso costante di combattenti stranieri, che hanno rimpolpato le sue fila e gli hanno permesso di sfidare non solo le traballanti forze della Siria e dell’Iraq ma anche la coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Grande attenzione è stata dedicata a questi volontari, etichettati generalmente come foreign fighters, e alla loro provenienza. Infatti, per quanto la maggioranza sia di origine medio-orientale e nordafricana, un considerevole numero proviene da paesi dell’ex Unione Sovietica e occidentali, inclusi stati membri della Unione europea, Stati Uniti, Canada e Australia.

 

Una spiegazione che viene data molto comunemente a questo comportamento è di carattere economico. A partire sarebbero persone con uno scarso reddito che vivono in paesi che non riescono offrire loro sicurezza economica. È una spiegazione semplice, lineare, che ricalca fedelmente il modello già in uso per la delinquenza comune, e offre una apparenza di soluzione per combattere il fenomeno. Se i foreign fighter sono spinti a partire dal disagio economico, politiche di welfare volte a ridurlo serviranno a dissuadere nuove partenze.

 

Questa spiegazione però non è suffragata da dati empirici, i quali sembrano puntare a una situazione ben diversa, come evidenziato da uno studio della Nber. La National Bureau of Economic Research è un ente privato senza fini di lucro che lavora su analisi economiche, considerato tra i più autorevoli al mondo. Una vasta schiera di premi Nobel e di economisti di chiara fama ne hanno fatto e ne fanno parte, e le sue analisi sono improntate alla massima imparzialità e completezza. Orbene, la NBER ha analizzato il fenomeno delle reclute dell'Isis partite da vari paesi del mondo, collezionando dati dal Soufan Research Group, dal Pew Research Center e dalle Nazioni Unite, mettendo a rapporto il numero dei foreign fighters per ogni 10.000 cittadini musulmani con l’Indice di Sviluppo Umano del paese di partenza.

 



 

I risultati sono impressionanti. Si evince chiaramente come le comunità musulmane dei paesi occidentali, che hanno numeri molto ridotti sul totale della popolazione, abbiano prodotto una percentuale molto più elevata di volontari. Non solo, ma i numeri incrementano maggiore è l’Indice di Sviluppo Umano, raggiungendo i valori massimi nei paesi scandinavi, in Belgio e in Irlanda, nazioni ricche, con un welfare sviluppato e bassa disuguaglianza di reddito. Da questi paesi parte un numero molto più elevato di foreign fighter di paesi come l’Indonesia o il Pakistan, in relazione alle dimensioni della comunità musulmana. Lo sviluppo economico non sembra essere quindi un fattore chiave per determinare i motivi della partenza di volontari. Nell'ordine, secondo l'analisi dell'Nber, sono ideologia, politica e integrazione nei paesi ospiti a motivare i terroristi. Altro che povertà.

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