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Nel dibattito democratico non c'è un vinto ma c'è un vincitore, Hillary

Al dibattito democratico di ieri sera nessuno dei due candidati è finito in un loop robotico in stile Rubio o ha detto cose che lo faranno svegliare nella notte di soprassalto, gridando “oddio, cos’ho detto!”.

 

12 Febbraio 2016 alle 07:05

Nel dibattito democratico non c'è un vinto ma c'è un vincitore, Hillary

Al dibattito democratico di ieri sera, organizzato dall’emittente pubblica Pbs, nessuno dei due candidati è finito in un loop robotico in stile Rubio o ha detto cose che lo faranno svegliare nella notte di soprassalto, gridando “oddio, cos’ho detto!” (la disputa su Henry Kissinger, che tutti si aspettavano dopo l’ultimo dibattito, è la cosa che si è avvicinata di più, ma Bernie Sanders ha evitato di chiamarlo “criminale di guerra”, come gli chiedevano i suoi sostenitori). Detto altrimenti, nessuno ha perso, cosa che per una questione di rapporti di forza avvantaggia Hillary Clinton.

 

Un altro vantaggio della frontrunner, che fin qui fra Iowa e New Hampshire ha totalizzato una vittoria alla morra cinese e una sonora sconfitta ma ha in saccoccia uno stuolo di superedelegati, è stato lo stile. L’Hillary nervosa, troppo reattiva e con il tono di voce impostato su un’ottava troppo alta è stata sostituita dalla politica sicura di sé, compassata, esperta, positiva, che non ha bisogno di strafare. Il vestito dorato scelto dalla costumista della versione asiatica di Hunger Games non l’ha danneggiata. Bernie, al contrario, è apparso stanco, incline a perdere la pazienza, anche più negativo del solito. In una parola: apocalittico. E’ stato lui ad alzare i toni per primo e non si segnalano, in quasi due ore di performance, circostanze in cui il candidato socialista abbia sorriso. A lui va la palma per la battuta più acida della serata, pronunciata quando Hillary ostentava qualche certezza di troppo: “Non sei ancora alla Casa Bianca”. 

 

Rispetto agli standard di questa campagna elettorale è stato un dibattito noioso. Si è parlato di di sanità e tensioni razziali, di Stato islamico e Russia, di tasse e ruolo dello stato federale, si è discusso se il modello americano debba essere un’eccezione oppure il paese debba accettare lo status più umile di potenza fra le potenze, insomma si è parlato di politica, cosa che ha disorientato e fatto sbadigliare chi si era ormai sintonizzato sulle frequenze del reality show. Il pattern della prima ora è stato questo: Bernie spiega le sue proposte socialisteggianti, Hillary dice che sono belle e nobili, ma purtroppo irrealizzabili. Nulla di quanto detto in questi scambi era fuori dagli stump speech che i candidati mandano a memoria, e in teoria questa è la parte in cui Hillary è più debole. L’avversario evoca la rivoluzione, lei offre riforme prudenti e graduali: non è difficile intuire quale sia il messaggio più sexy.

 

Nel corso della serata, però, l’ex segretario di stato è cresciuta, è andata a giocare sulla parte sinistra del campo – su questioni razziali, immigrazione e temi sociali dice il contrario esatto di quello che l’Amministrazione di suo marito ha praticato a mani basse, ma lei porta la contraddizione con eleganza –  e ha dimostrato, al solito, di aver preparato meticolosamente il dibattito. Ha fatto vedere anche che i suoi “oppo researcher”, quelli che cercano malignità sugli avversari da sbattere in prima serata al momento opportuno, sono più attrezzati di quelli di Bernie. Così sono apparse alcune testimonianze che tendono a dimostrare la tesi su cui Hillary s’è giocata la parte finale e più cruenta della serata: Bernie è l’anti Obama. E’ il tradimento del suo spirito, della sua politica, delle sue intuizione, mentre lei ne è il compimento. Non aveva mai abbracciato con tanto calore l’epica presidenziale, mai si era intestata in modo così esplicito un’eredità politica non proprio semplice da maneggiare, e ha tanto rimarcato il concetto che a Bernie è scappata un’osservazione vera che ma che nel contesto suonava come un’esibizione di debolezza, un cedimento: “C’è soltanto uno qui che ha corso contro Obama, e non sono io”.

 

Anche la battuta più efficace dello statement finale è quella di Hillary: “Non sono una candidata dedita a un tema soltanto, a non penso che viviamo in un paese a un tema soltanto”. Sottolineare che Bernie è un candidato “single-issue”, che riconduce qualunque problema, dallo Stato islamico alla droga, ai ricchi che opprimono i poveri è una buona linea di attacco per Hillary, che si piazza sul mercato elettorale come l’unica in grado di interpretare la complessità del mondo di oggi.

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