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Perché guardare al Vietnam

Dopo 10 anni il Congresso è più vicino a Pechino che a Washington

26 Gennaio 2016 alle 06:00

Perché guardare al Vietnam

Il primo ministro vietnamita Nguyen Tan Dung (foto LaPresse)

La morte della tartaruga Cu Rua, due giorni prima dell’inizio del 12° Congresso generale del Partito comunista vietnamita, era un tale cattivo presagio che, all’inizio, il dipartimento di propaganda di Hanoi aveva tentato di censurarla. Cu Rua, dall’età incalcolabile, era il simbolo dell’indipendenza del Vietnam. Ma nella tradizione un po’ buddista un po’ confuciana del paese, la morte della tartaruga potrebbe anche significare una rinascita. Politica, naturalmente, alla luce del Congresso vietnamita che si è aperto la scorsa settimana e che andrà avanti fino a domani. Ogni cinque anni, una complicatissima struttura di regole, alleanze e strategie tra i 1.510 membri del Partito comunista determina la nomina del segretario generale del Partito, del presidente e del primo ministro di Hanoi. Fino a ieri la battaglia politica per la successione alla guida del paese sembrava uscita da una serie tv sulla Guerra fredda, divisa com’era tra blocco “occidentale” e blocco “cinese”.

 

Invece l’attuale primo ministro vietnamita, Nguyen Tan Dung, ieri si è sfilato dalla corsa alla guida del Partito, lasciando il campo libero al segretario generale Nguyen Phu Trong. Dung, che è primo ministro di Hanoi dal 2006, è molto vicino a Washington, ha fatto entrare il Vietnam nel Tpp a guida americana e ha criticato l’assertività cinese nel Mar cinese meridionale. Trong, invece, è il volto del conservatorismo vietnamita, più vicino alla Cina che all’America. Qualunque cosa deciderà il Congresso vietnamita, domani sarà più chiaro a che punto è il pivot asiatico di Barack Obama. Dopo Taiwan, difficile pensare che la Cina rischi di vedersi allontanare pure il Vietnam.

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