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Quante grane per la Cina che vuole fare la potenza egemone

I dati sul pil, le elezioni a Taiwan e i librai di Hong Kong. Pechino, abbiamo un po' di problemi

18 Gennaio 2016 alle 16:17

Quante grane per la Cina che vuole fare la potenza egemone

Chinese President Xi Jinping visits the museum of the 13th Group Army in southwest China's Chongqing municipality, Jan. 5, 2016 (LaPresse)

Saranno le 3 di questa notte quando a Pechino verranno pubblicati i dati sul pil cinese su base mensile e annuale. Le previsioni sulla seconda economia del mondo sono poco ottimiste. A smorzare i toni catastrofici sull’andamento del sistema economico asiatico ci ha pensato il primo ministro giapponese Shinzo Abe. Nonostante i rapporti molto freddi tra le due potenze, dovuti soprattutto all’atteggiamento aggressivo della Cina nel mar cinese merdionale, Abe ha sorpreso tutti, oggi, e in un’intervista al Financial Times si è detto fiducioso sulla crescita del Dragone perché “la Cina ha evitato di cadere nella crisi che altri hanno previsto”.

 

Quello dell’economia in rallentamento, naturalmente, non è l’unico problema sul tavolo del presidente cinese Xi Jinping. Come per quasi tutti i paesi asiatici, gli interessi geopolitici viaggiano di pari passo con quelli economici e mentre Xi tenta la via della diplomazia internazionale (si allineerà con l’occidente nel punire la Corea del nord per il test atomico, la prossima settimana visiterà Arabia Saudita, Egitto e Iran, mentre il lavorìo coercitivo nel mar cinese meridionale e mar cinese orientale rischia di mettere la Cina contro Filippine, Vietnam e i suoi alleati), il rischio instabilità per la Cina arriva anche dall’interno.

 

Sabato scorso a Taiwan la vittoria (largamente prevista) di Tsai Ing-wen, del Partito democratico progressista, è stata raccontata dai media come una piccola rivoluzione nell’orizzonte asiatico. Del resto Tsai, eletta con il 56 per cento dei voti, è la prima donna presidente del paese, e ha rotto la lunga tradizione di governo del Kuomintang – il partito vicino a Pechino. Il predecessore di Tsai al governo di Taipei, Ma Ying-jeou, nel novembre scorso era stato il primo presidente taiwanese a stringere la mano al presidente cinese, in uno storico incontro avvenuto a Singapore che, guardato alla luce dei fatti, avrebbe dovuto funzionare da spot elettorale per il Kuomintang. Niente da fare. Sabato i taiwanesi hanno fatto una scelta non proprio comoda per il governo di Pechino, ma più vicina agli interessi americani sull’isola. La Casa bianca sabato si è congratulata per l’elezione di Tsai. Poche ore dopo il ministero degli Esteri cinese ha fatto sapere che “Taiwan, a prescindere dal risultato delle elezioni regionali, è un affare interno alla Cina”. Il Global Times, giornale in lingua inglese del Quotidiano del popolo cinese, ha pubblicato un editoriale in cui sottolinea l’atteggiamento positivo di Pechino nei confronti dell’elezione alla “presidenza” (proprio così, tra virgolette) di Tsai.  Del resto, anche i taiwanesi hanno fatto una scelta di realpolitik. Come ha scritto Simone Pieranni, fondatore di China Files, sul manifesto  “Tsai, infatti, non può certo essere considerata una verace anti cinese. La sua difesa della sovranità taiwanese, senza essere ammantata di odio contro Pechino, ha consentito di creare quello scarto che ha permesso al partito democratico dell’isola (il Dpp) di ottenere questo straordinario risultato. In passato i toni eccessivamente ‘verdi’ (il colore del Dpp divenuto simbolo delle mire indipendentiste) avevano frenato il percorso elettorale del partito: i taiwanesi vogliono difendere la propria autonomia, ma sanno bene che Pechino è in grado di sollevare l’economia che arranca ad un misero 1 per cento di crescita”. Nel discorso della vittoria Tsai ha detto ai suoi elettori che porterà “più libertà, più democrazia nel paese”. Ma la catena corta di Pechino potrebbe strozzare facilmente l’economia taiwanese.

 

[**Video_box_2**]L’altra grana per Xi Jinping arriva da un’altra provincia. Taiwan, tecnicamente, è un’isola indipendente ma il suo governo non è riconosciuto ufficialmente da Pechino. Hong Kong, invece, è una provincia ad amministrazione speciale ma appartiene al territorio cinese. L’ex colonia britannica è da tempo considerata tra le più ribelli province autonome cinesi. Tra il 2014 e il 2015 la cosiddetta “rivoluzione degli ombrelli” portò migliaia di giovani in piazza, a chiedere al governo centrale più democrazia e meno autoritarismo. A Hong Kong si parla di occidente, e si leggono testi critici su Pechino. Una settimana è arrivata all’attenzione della stampa internazionale la storia dei cinque librai, tutti legati a una casa editrice che pubblica libri dissidenti, la Mighty Current di Hong Kong, spariti in circostanze ancora da chiarire. Ilaria Maria Sala ha raccontato su Internazionale la lunga storia dei librai scomparsi: “Finite le manifestazioni di Occupy Hong Kong, il controllo delle autorità si è esteso prima alle scuole e alle università, con l’imposizione di consigli di direzione filocinesi, poi ai mezzi d’informazione, ormai schiacciati dall’autocensura”. Uno dei librai, Gui Minhai,  cittadino svedese 51enne proprietario della casa editrice Mighty Current, è apparso ieri in un video trasmesso dalla tv di stato cinese. Di lui si erano perse le tracce nell’ottobre scorso, durante una vacanza in Thailandia. Nel video Gui afferma di essere stato arrestato per aver violato la libertà vigilata legata a una condanna per omicidio colposo stradale avvenuto undici anni fa, e di essere pronto ad accettare “qualunque punizione”. I dissidenti, però, sostengono sia stata una confessione forzata, a seguito di un “rapimento politico”.

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