“L'Inghilterra non è più cristiana, quindi va decristianizzata”

Cristina Marconi
Una Commissione suggerisce che le istituzioni devono riflettere il fatto che la religione cristiana è in declino

Londra. L’incoronazione del monarca britannico, per dire, dovrebbe essere un po’ più “pluralista”. E pazienza che la regina, così come chi le succederà, è anche il capo della Chiesa anglicana. Qui è il paese tutto a non essere più anglicano, né tantomeno cristiano, avendo conosciuto un “generale declino” della sua affiliazione religiosa tradizionale negli ultimi 15 anni e un aumento della presenza di musulmani, hindu e sikh, diventati ben più numerosi degli ebrei, un tempo secondo gruppo religioso del paese. Ma ad essersi moltiplicati sono soprattutto gli atei e gli umanisti e questo, come tutto il resto, andrebbe tenuto presente nel ridisegnare il volto delle istituzioni del Regno Unito in modo da riflettere la nuova identità. Lo suggerisce la Corab, Commissione per la Religione e il Credo nella vita pubblica britannica, in un ponderoso rapporto pubblicato lunedì e intitolato ‘Vivere con la differenza. Comunità, diversità e bene comune’. Frutto di 2 anni di incontri, interviste, ricerche, il documento dell’istituzione pluralista per eccellenza – nel suo board sono rappresentate tutte le religioni e tra i patrons c’è anche l’ex arcivescovo di Canterbury Rowan Williams – giunge a conclusioni farraginose e confuse su tutto tranne su un punto: il paese non è più cristiano e quindi le sue istituzioni vanno decristianizzate di conseguenza.

 

Per il resto è tutto un sostituire le preghiere a scuola con momenti di riflessione collettivi, creare comitati di scambio e di dialogo per aggiustare le istituzioni del paese alla nuova realtà in barba al passato e, ancora una volta, riflessioni collettive, l’annacquamento di tutto ciò che reca tracce della religione anglicana a favore non tanto della laicité quanto delle altre religioni. Prendiamo la Camera dei Lords, dove siedono 26 ‘Lords Spirituals’, ossia vescovi. Secondo la Corab dovrebbero fare spazio ad esponenti di altre confessioni e lo stesso dovrebbe avvenire in altri organismi pubblici come, ad esempio, la commissione che vigila sulla stampa, con tanto di premio annuale per i media che raccontano meglio le realtà religiose in modo da incoraggiare il pluralismo confessionale dei mezzi d’informazione. “Il rapporto è dominato dalla visione superata che la religione tradizionale sta perdendo importanza e che la non adesione ad una religione è la stessa cosa dell’umanesimo o del secolarismo”, ha commentato la Chiesa anglicana in una nota, sottolineando come “sia importante ricordare che la maggior parte della pubblica opinione è contraria alla marginalizzazione del Cristianesimo”. Particolarmente polemica, anche da parte del governo di David Cameron, la reazione ad una delle proposte della Commissione, ossia di avviarsi verso il superamento delle scuole religiose aprendole le selezioni a criteri diversi da quelli confessionali in base ai quali sono state create. Le ‘faith schools’ sono finanziate dallo stato e quelle cristiane, nel Regno Unito, spesso offrono un livello di istruzione paragonabile a quello delle scuole private. Le scuole musulmane, in molti casi e soprattutto di recente, sono finite nel mirino di Ofsted, l’autorità che vigila sul sistema educativo del paese, per il tipo di insegnamento impartito, in contrasto anche con la più lasca delle definizioni di “valori britannici” (a Birmingham gli ispettori ne hanno trovata una in cui i membri donne del consiglio educativo partecipavano alle riunioni d’istituto rimanendo in corridoio per non essere viste), ma a farne le spese, secondo il rapporto, devono essere tutti gli istituti. La religione, tuttavia, non deve sparire dalle aule, tutt’altro: l’alfabetizzazione religiosa deve essere estesa in modo, ad esempio, da non discriminare chi non appartiene ad una religione abramitica e chi, come ad esempio i sikh, ha un credo la cui struttura è dissimile da quelle più note nel paese.

 

“Riflessioni” al posto delle preghiere

 

[**Video_box_2**]Il Corab raccomanda che “tutti gli studenti delle scuole statali abbiano diritto ad un programma sulla religione, la filosofia e l’etica che sia rilevante per la società di oggi, e il quadro generico di questo programma deve essere concordato a livello nazionale” e il fondamento legale che permette alle scuole di svolgere atti di preghiera collettiva deve essere revocato e sostituito dalla possibilità di avere “tempi inclusivi per la riflessione”. Il fatto che, come sottolineato da un dirigente della Bbc intervenuto nella ricerca, oggi la maggioranza dei cittadini britannici non abbia gli strumenti neppure per capire l’ironia dissacrante di un film come ‘Brian di Nazareth’ dei Monty Python perché non conoscono la Bibbia va messo sullo stesso piano del fatto che il dio sikh Waheguru sia spesso indicato come maschio, mentre non ha genere. Nella lotta al radicalismo, tema trattato in maniera decisamente corriva, la soluzione migliore è quella di permettere a tutti di esprimere apertamente le proprie opinioni, anche quelle considerate inaccettabili, senza porre gli studenti davanti al rischio di essere denunciati alla polizia, in modo da rendere tutto oggetto di dibattito e dialogo. Sulla questione della giustizia, nel rapporto, subentra finalmente un po’ di pragmatismo. Occorre, secondo la commissione guidata dall’ex giudice baronessa Butler-Sloss, valutare se “i matrimoni tra membri dei gruppi religiosi di minoranza devono essere registrati prima o contemporaneamente in base alla legge britannica”, visto che il numero di unioni musulmane non registrate è altissimo, con gravi conseguenze per le donne in caso di divorzio. Il ministero della Giustizia dovrebbe poi emettere delle linee guida sul rispetto degli standard britannici in termini di pari opportunità e indipendenza giudiziaria da parte dei tribunali religiosi e culturali come le corti ecclesiastiche, i Beit Din e i consigli della Shari’a. L’idea di società che c’è dietro il testo, spiega la commissione, è quella in cui “ciascuno è consapevole che la sua cultura, religione e credo è rispettata e apprezzata in quanto parte di un processo continuo di arricchimento reciproco e che il suo contributo alla trama della vita nazionale è valutato positivamente”. Senza filtro critico, e con un unico caveat: il paese non è più cristiano.

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