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La parola agli eurofili

Renzi ribadisce l’accordo con Cameron anti Brexit, ma la discussione sulla libera circolazione fa tremare anche i più fiduciosi. La missione di InFacts, sito fondato da noti giornalisti inglesi che spiegano le ragioni dell’“in”.

16 Dicembre 2015 alle 20:20

La parola agli eurofili

David Cameron (foto LaPresse)

Milano. David Cameron arriva a Bruxelles, all’ultimo vertice europeo dell’anno che si apre oggi, con un’unica missione: far capire agli inglesi che il negoziato con Bruxelles sta andando bene. Tra una lettera preoccupata di Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, e l’altra, nel chiacchiericcio secondo il quale il premier britannico non può ottenere proprio tutto tutto quello che chiede, con i sondaggisti inglesi agguerritissimi (devono rifarsi del colossale errore di previsione alle elezioni di maggio), il governo inglese sta preparando una strategia che si muove su due fronti: negoziare, sì, a Bruxelles (si andrà fino a febbraio), ma soprattutto rivendere l’esito di questa trattativa presso il pubblico inglese. Lavoro di spin, insomma, in cui i britannici sono maestri, ma si sa che sulla questione europea cadono anche i più bravi, perché è una faccenda che nel Regno Unito spacca coscienze, cuori, portafogli. “La teatralità è cruciale – scrive Alex Barker sul Financial Times – Cameron deve apparire come un leader capace di superare le resistenze, di forzare un cambiamento, non deve ‘ondeggiare avanti e indietro come una scialuppa trainata da un traghetto sul Canale’, come lo descrive con un’immagine fulminante Owen Paterson, ex membro euroscettico del governo”.

 

I sondaggi dicono: la chance di Cameron è reale. Se davvero riesce a ottenere quel che ha chiesto, gli inglesi sono pronti a rimanere nell’Unione europea, a votare “in” al referendum che il premier ha annunciato e che dovrà tenersi entro il 2017 (molte fonti londinesi dicono che ci sarà già nel 2016, l’annuncio ufficiale dovrebbe arrivare dopo febbraio). Ma cosa significa “vincere” nella trattativa con Bruxelles? Cameron ha incassato il sostegno dell’Italia – ancora ieri, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha rinnovato l’accordo: “E’ fondamentale fare di tutto perché il Regno Unito resti nella famiglia europea, senza però concedere a nessuno, tantomeno agli inglesi, diritti di veto” – ma se sulle questioni legate alla competitività e alle garanzie per i paesi fuori dall’Eurozona l’accordo non è difficile da trovare, la richiesta cameroniana di controllare l’immigrazione e limitare “gli abusi” della libertà di movimento è molto controversa. Ma è anche quella su cui l’elettorato britannico è più sensibile. “E malinformato”, dice al Foglio Hugo Dixon, uno dei giornalisti più noti del Regno Unito, fondatore di Breakingviews di Reuters e autore del saggio “The In/Out Question” in cui spiega perché l’Inghilterra dovrebbe rimanere nell’Ue. Dixon, assieme ad altri noti giornalisti britannici, lancerà nella seconda metà di gennaio InFacts, un sito web dedicato a spiegare con i fatti – “abbiamo scelto questo approccio, non quello emotivo, che pure esiste”, dice – le ragioni contro la Brexit.

 

Dixon racconta che l’idea di InFacts è nata durante una cena a casa sua quest’estate, che avrà un board di una decina di persone – con lui, tra i più noti, ci sono l’ex direttore dell’Economist Bill Emmott, l’ex direttore dell’Observer Will Hutton, l’ex editor-in-chief di Reuters Geert Linnebank – e uno staff di 4 persone dedicate al sito. “Tutte le questioni sono importanti, ma di certo quella che impatta di più sull’opinione pubblica è l’immigrazione”, dice Dixon, che va dritto al punto: “Bisogna scomporla in tre elementi: il libero movimento nell’Ue, i rifugiati, e i cosiddetti migranti economici. Il negoziato con l’Europa riguarda soltanto il primo punto, non gli altri”. Cameron vuole la possibilità di introdurre una legge sul diritto di asilo che permetta di accedere al welfare soltanto agli stranieri che risiedono nel paese da almeno quattro anni. “Noi vogliamo spiegare i benefici del libero movimento – dice Dixon – quelli economici soprattutto, che riguardano la possibilità di avere un’immigrazione di giovani istruiti e gran lavoratori: non abbiamo pagato per la loro formazione, ma contribuiscono al pil e pagano le tasse, non è male come deal”.

 

[**Video_box_2**]Bill Emmott spiega al Foglio che sull’immigrazione – “che pure non è così rilevante, non impatta su molte persone e il vantaggio economico non è sufficiente per giustificare tanta pressione” – Cameron ha adottato “una strategia pericolosa”, perché punta tutto su una richiesta “su cui è molto difficile ottenere un compromesso”. Potrebbe essere una tattica, dice Emmott, “non la definirei una strategia suicida, però, ecco, pericolosa sì”. I “nemici” del fronte dell’“in” sono i radicali à la Nigel Farage, “uno molto bravo nei dibattiti e nel sottolineare le debolezze dell’Europa”, dice Dixon, ed Emmott ammette che il punto più debole della campagna degli eurofili è “l’evidente incapacità dell’Ue di risolvere i suoi problemi”, difficile negarlo. Ma il terrore è Boris Johnson, che “non ha ancora deciso da che parte stare”, dice Dixon. Emmott aggiunge: “E’ un opportunista, se vedrà debolezze nella strategia di Cameron farà i suoi calcoli”. Solo all’idea che Boris possa schierarsi sul fronte dell’“out”, gli eurofili tremano.

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