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Colpevoli silenzi e reazioni insufficienti dietro il dramma dei cristiani

Cosa c’è dietro i massacri ignorati. Le lezioni della storia ebraica e la nuova persecuzione spiegata dal rabbino capo di Roma. "Non avremmo pensato, e ne siamo stupiti, che nel Ventunesimo secolo dovessimo apprendere di persecuzioni a danno di cristiani. La solidarietà e la simpatia con chi è perseguitato è per noi non soltanto doverosa, ma sincera e spontanea".

23 Novembre 2015 alle 18:03

Colpevoli silenzi e reazioni insufficienti dietro il dramma dei cristiani

Riccardo Di Segni, Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma

La Comunità ebraica non può rimanere indifferente davanti alle persecuzioni religiose che colpiscono oggi i cristiani in molte parti del mondo. La storia ebraica è segnata sistematicamente da sofferenze e persecuzioni; sappiamo cosa significa soffrire perché si è portatori di una differenza religiosa; l’idea che ai nostri giorni qualcuno debba soffrire di limitazioni di libertà di culto, maltrattamenti, espulsioni, massacri per la sua differenza di credo è ripugnante. Non avremmo pensato, e ne siamo stupiti, che nel Ventunesimo secolo dovessimo apprendere di persecuzioni a danno di cristiani. La solidarietà e la simpatia con chi è perseguitato è per noi non soltanto doverosa, ma sincera e spontanea. Fermo restando lo sdegno, è opportuno  riflettere su tre aspetti problematici.

 

Il primo è la rimozione. La persecuzione dei cristiani, in un paese cristiano come l’Italia, non è notizia che solleva attenzione, l’attenzione che merita. O forse sono i sistemi di informazione che non la mettono al centro dell’attenzione. L’attenzione che viene oggi dedicata in queste pagine è una significativa eccezione. E’ come se ci fosse, sia per chi informa che per chi viene informato, una barriera geografica oltre la quale può succedere di tutto: un attentato, un massacro, uno stupro collettivo se avvengono in certe aree diventano notiziole che vanno e passano. Roba da paesi incivili, così si ragiona con un fondo mai spento di superiorità occidentale. Che ci vadano di mezzo dei cristiani o altri per la loro fede è questione di secondo conto.

 

Il secondo aspetto, strettamente collegato al precedente, è l’indifferenza. Si rimane perplessi dalla timidezza delle reazioni cristiane davanti all’entità degli orrori. Nell’esperienza della comunità ebraica, purtroppo vi sono stati tanti episodi recenti di intolleranza antisemitica; li abbiamo denunciati con forza e abbiamo ricevuto la solidarietà e la simpatia di molti. Per i cristiani perseguitati avremmo voluto dimostrare la nostra simpatia e solidarietà scendendo in piazza e manifestare, come molti hanno fatto per noi. Trovare qualcuno a cui esprimere solidarietà, per non parlare di una sponda organizzativa, è stata un’ardua impresa. Una volta con la Comunità di S. Egidio pensavamo di fare un corteo, ci è stato detto che per fare un corteo ci vogliono tante persone e non le avremmo avute; ci siamo limitati a un palco davanti al Colosseo. Nel pubblico e nel palco assenze importanti. E’ un sollievo che Papa Francesco abbia iniziato a denunciare pubblicamente i fatti. Potrebbe essersi trattato finora di una scelta politica prudenziale, che preferisce gli interventi discreti al clamore mediatico, per agire con altri mezzi e strade. Vorremmo essere confortati che è così veramente. Ammesso che il silenzio serva a qualcosa e non sia una scusa.

 

[**Video_box_2**]Il terzo aspetto, anche questo legato ai precedenti, è quello della poca chiarezza nella denuncia. Per fare un esempio, non molti anni fa era stata organizzata una delle poche manifestazioni di solidarietà una sera a Roma in piazza SS. Apostoli e mi era parso doveroso essere presente. Ma me ne sono andato quando un oratore ha detto che “in Terra Santa i cristiani sono perseguitati”, senza dire in quale parte della Terra Santa questo avveniva e da parte di chi veniva la persecuzione. La prudenza, se così si può chiamare, proibisce di dire che  si tratta di fanatici musulmani nei territori della Autorità palestinese e in tanti altri paesi vicini, e in molti casi purtroppo sono gli stessi cristiani perseguitati a preferire il persecutore a chi potrebbe garantirgli protezione e vita migliore. Quando poi non ci sono interessi politici e di affari che impediscono di citare i nomi dei paesi potenti dove l’intolleranza è legge.

 

La solidarietà per i perseguitati è un dovere che non deve conoscere barriere, astuzie e riserve politiche.

 

*Riccardo Di Segni è Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma

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