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L'ultimo stadio di Merkel

Parigi chiama l’Ue alla guerra, Berlino quasi non risponde. Dov’è l’euroegemone? Il caso Hannover – di Renzo Rosati

17 Novembre 2015 alle 20:31

L'ultimo stadio di Merkel

Poliziotti allo stadio di Hannover

Roma. “Prematuro parlare di guerra”: il massimo al quale finora si è spinta la cancelliera tedesca, Angela Merkel. Prima di dover rinunciare ieri sera a fare l’ingresso nello stadio di Hannover, dal quale – “dopo l’avvertimento su un possibile attacco” – sono stati evacuati gli spettatori che volevano assistere alla partita amichevole di calcio tra Germania e Olanda. “La Germania non appoggerà azioni militari contro lo Stato islamico”: così Sigmar Gabriel, vicecancelliere socialdemocratico tedesco. Non atti di guerra, dunque, per il governo tedesco, ma “attacchi, quelli di Parigi, che sfuggono a qualsiasi definizione”, secondo una nota della Cancelleria. Rispetto alla parola stessa, “guerra”, che François Hollande ripete incessantemente chiamando al suo fianco l’Europa e la Nato, la Germania sembra oggi l’alleato più scettico, refrattario, per non dire ostile. Nonostante il Wall Street Journal di ieri sottolineasse come il ministro della Difesa, Ursula von der Leyen, oltre a rivendicare “la decisione di assumersi responsabilità nel nord dell’Iraq” attraverso l’addestramento dei peshmerga curdi, alludesse a un possibile contributo tedesco alla stabilizzazione del Mali in Africa. Ma niente Siria, per ora. Dunque dopo la solidarietà iniziale di una Merkel tutta in nero, la potenza che ha con tenacia avocato la leadership europea nella crisi economica, si smaterializza di fronte all’idea di una reazione militare al fondamentalismo islamico. Collaborazione di intelligence, certo, come negli arresti delle ultime ore. Sforamento dei parametri europei per rafforzare la sicurezza, si vedrà. La stessa Merkel ha evitato di chiamare per nome gli attentatori, e di associarli all’islam, ripiegando su formule tipo “lotteremo contro chi ha fatto questo”.

 

Ma per lottare bisogna individuare il nemico, e indicarlo a un’Europa che – il boicottaggio dei prodotti israeliani lo dimostra – si è adagiata nell’ignavia del politicamente corretto, e la Germania ne è al centro. L’afasia tedesca, da parte di un kombinat politico-sociale che su altri fronti non risparmia i mezzi termini, ha molti precedenti.

 

[**Video_box_2**]Dall’11 settembre 2001 in poi, il socialdemocratico Gerhard Schröder e poi la Merkel si sono tenuti alla larga da ogni iniziativa militare in medio oriente e nel nord Africa, e anche la collaborazione della Bnd, il servizio segreto militare, con la Cia e l’intelligence inglese è stata tormentata. Nel 2014 lo scontro con la Casa Bianca sullo spionaggio americano in Germania ha quindi ammantato di princìpi il defilarsi dai fronti scomodi. Ma la Francia è stata finora alleata di ferro, mentre la penetrazione islamica nel cuore d’Europa, da Parigi a Bruxelles, è per la Germania un nervo scoperto. Gli sbandamenti sulle porte chiuse o aperte ai rifugiati siriani – per la Frankfurter Allgemeine Zeitung siamo alla vigilia di un nuovo dietro front – hanno dato l’impressione di una Merkel fuori linea rispetto ai ministri forti della Cdu, come Thomas de Maizière (Interno) e Wolfgang Schäuble (Finanze). Egualmente ondivaga con la Russia, e ora spiazzata dal ruolo di player anti Isis assunto da Vladimir Putin. Il malessere non è solo di leadership politica, ma anche sociale. Eurointelligence, il think tank online diretto da Wolfgang Münchau, columnist del Financial Times mai tenero con la Merkel, prevede che la Germania alle parole di circostanza non farà seguire i fatti, a meno che non venga colpita direttamente. Münchau ricorda come nella classe dirigente tedesca aumentino le critiche a una multietnicità imposta dall’alto. E cita in particolare Mathias Döpfner, ceo del gruppo editoriale Axel Springer, il principale del paese con il quotidiano liberale Welt e il tabloid Bild, il quale commenta gli attentati di Parigi sottoscrivendo in pieno il linguaggio libero di “Sottomissione” di Michel Houellebecq (“Un portento”). Scrive Döpfner: “Come vogliamo difendere la nostra agiata e decantata libertà? Dobbiamo sottometterci o possiamo ancora combattere? E chi indica i nemici? La conseguenza dei compromessi con il mondo musulmano sono l’inazione in Siria, l’attesa in Iran, lo stare a guardare in Africa, e in Germania la politica del benvenuto”. La conclusione è tosta, per il tran tran tedesco ed europeo: “Non abbiamo bisogno di un populismo di destra o di sinistra, vero. Vogliamo però un centro che si radicalizzi nei propri princìpi”.

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