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Perché Renzi non deve avere paura della parola "guerra"

Chiamare "iniziativa" l'intervento militare, perché di questo si tratta, è un modo farisaico per edulcorare la realtà

17 Novembre 2015 alle 13:45

Perché Renzi non deve avere paura della parola "guerra"

Il premier Matteo Renzi (foto LaPresse)

Matteo Renzi dice che “noi non vogliamo entrare in guerra”, ma poi spiega che “non ci facciamo trascinare in un’iniziativa senza gli Stati Uniti e la Russia”, il che dovrebbe significare che se si arriverà a un’intesa tra le grandi potenze, l’Italia parteciperà all’iniziativa conseguente. Chiamare "iniziativa" la guerra, perché di questo si tratta, è un modo farisaico (una volta si sarebbe detto gesuitico) per edulcorare la realtà. Sono comprensibili forse le ragioni che spingono Renzi a incamminarsi sulla stessa strada seguita da Massimo D’Alema quando definì “difesa attiva” i bombardamenti su Belgrado.

 

C’è la preoccupazione di fornire alla minoranza del Pd la benzina per accendere un bel falò pacifista, c’è soprattutto la difficoltà a prendere atto che l’aggressione dello Stato islamico a Parigi cambia i termini della questione, mettendo in secondo piano crisi regionali particolarmente sentite dall’Italia, come quella libica, mettendo al centro dell’attenzione e della strategia quella siriana. Va detto che l’impostazione originaria della diplomazia italiana, che considerava prioritaria un’azione su Tripoli e Tobruk era fondata su eccellenti ragioni. L’evoluzione della situazione, però, non può essere occultata. Se non si affianca all’azione della Russia – che in sostanza protegge la catena sciita che va da Teheran al Libano attraverso Iraq e Siria – un’azione occidentale di contrasto dello Stato islamico (che deve risolvere le contraddizioni legate alla lotta della Turchia contro i curdi e all’appoggio più o meno esplicito delle monarchie del golfo alle formazioni sunnite anche terroristiche), sarà assai difficile trovare una via d’uscita controllabile alla carneficina islamista. C’è uno spazio rilevante per l’azione politica, appunto per sciogliere le contraddizioni tra gli alleati tradizionali dell’Occidente, ma questa non può essere che la premessa per un intervento militare. Questo Renzi lo sa benissimo, ha potuto misurare nel vertice di Antalia la complessità della situazione ma anche l’urgenza di dare una risposta efficace. Una leadership si valuta sulla capacità di fornire risposte difficili a problemi intricati.

 

[**Video_box_2**]A questo fine le frasi elusive non solo non servono a niente, ma risultano controproducenti. L’Italia se vuole restare nella partita così come si è determinata oggettivamente, non può rifugiarsi in un attendismo, in una gestione delle relazioni priva di una prospettiva concreta, che sembra prudente ma in sostanza mostra solo pavidità e indecisione.

 

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