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Analisi di un raid della Delta force americana nel nord dell’Iraq

Forze speciali e commandos curdi salvano settanta ostaggi dello Stato islamico con un’operazione modello

22 Ottobre 2015 alle 06:27

Analisi di un raid della Delta force americana nel nord dell’Iraq

Roma. Giovedì un’operazione di forze speciali americane e curde ha liberato settanta prigionieri da un carcere dello Stato islamico vicino alla città di Hawija, nel nord dell’Iraq. Il Pentagono ha pubblicato un comunicato scarno, ma secondo le informazioni che da fonti militari volenterose arrivano ai media americani si è trattato di un raid difficile dal punto di vista tecnico che è finito con “un gran successo” – come ha detto il capo del Centcom, il generale Lloyd Austin (che un mese fa era stato molto criticato per un’apparizione penosa davanti al Congresso in un’audizione sulla Siria). Durante il raid un soldato è stato ucciso dal fuoco degli uomini del gruppo estremista, si tratta del primo militare americano a morire in Iraq dopo il ritiro del 2011.

 

Punto primo, l’intelligence. L’operazione è stata decisa perché gli americani avevano a disposizioni informazioni ben definite e aggiornate, avevano localizzato la prigione – nell’area di Fadikha, a sud di Kirkuk – e sapevano che i carcerieri dello Stato islamico avevano stabilito di uccidere i prigionieri in massa e avevano già scavato la fossa dove gettarli, il che lascia immaginare che i servizi segreti americani sono riusciti a intercettare le comunicazioni oppure hanno informatori sul posto. Se è vero il primo caso – ovvero se gli americani hanno intercettato un messaggio – l’ordine di uccidere i settanta prigionieri appartiene a quella categoria di decisioni importanti che sono impartite dalla leadership dello Stato islamico. Questo confermerebbe che la rete di comunicazioni interna tra i leader del gruppo è stata violata – un fatto che ormai è di dominio pubblico, perché il 18 agosto scorso un drone americano ha ucciso un leader considerato molto importante mentre viaggiava in incognito su una singola automobile vicino Mosul (quel capo si occupava di tutte le operazioni del gruppo in Iraq e si chiamava Haji Mutaz oppure Abu Muslim al Turkmani). Se non fosse così, e quindi se le informazioni sono arrivate da iracheni reclutati sul posto, si tratta comunque di un salto di qualità rispetto al recente passato. Nel luglio 2014, le forze speciali assaltarono una raffineria di petrolio vicino a Raqqa, in Siria, in pieno territorio controllato dallo Stato islamico, nella speranza di liberare alcuni ostaggi americani, ma scoprirono che le celle erano ormai vuote e che i prigionieri erano stati trasferiti altrove pochi giorni prima. Un mese dopo cominciarono a essere assassinati.

 

L’uccisione di massa dei prigionieri potrebbe essere stata decisa per girare un video da mettere su internet come rappresaglia per la perdita di Baiji, una città piccola a sud di Hawija e quindi non molto distante dal carcere dov’erano tenuti i prigioneri – alcuni incatenati al muro. Baiji è stata al centro di un duello militare durato più di un anno tra Stato islamico e forze irachene, a volte l’una o l’altra parte prevaleva senza però vincere del tutto. La sua perdita è un segno di debolezza militare, del genere che richiede uno sforzo di propaganda più efferato del solito come compensazione.

 

Punto secondo, il raid di Hawija potrebbe generare altra intelligence. A maggio un altro raid delle forze speciali americane in Siria, vicino Deir Ezzor, per catturare un comandante tunisino dello Stato islamico molto legato al capo Abu Bakr al Baghdadi fallì il primo obiettivo – il tunisino fu ucciso. Gli americani tuttavia trovarono in quella base una mole preziosissima di informazioni sul gruppo – il New York Times con le sue fonti nell’Amministrazione la definì “un tesoro” – e catturarono anche la moglie del comandante, che fu trasferita a Erbil, interrogata per tre mesi e poi ceduta ai curdi. Dopo l’operazione di Deir Ezzor la precisione degli americani salì di livello anche agli occhi di chi non ha informazioni segrete e osserva le notizie. Giovedì gli americani hanno detto di avere catturato cinque uomini dello Stato islamico, il New York Times li definisce “senior members”.

 

[**Video_box_2**]Punto terzo, il modello di cooperazione con gli iracheni. Il comunicato del Pentagono è dettato da una certa misura di ipocrisia, perché dice che il raid è stato chiesto dai curdi e che i soldati della Delta Force erano sul posto soltanto nell’ambito della loro missione “train, advise and assist”, quindi per addestrare, consigliare e assistere. Non è credibile che l’incursore americano ucciso non stesse agendo in un ruolo “combat”, negato dal governo americano. Detto questo, da tempo gli americani lavorano embedded come istruttori assieme al Ctg, il Counter Terrorism Group curdo dentro una base nell’aeroporto di Sulaymaniya, in area curda. L’operazione cominciata alle 4 del mattino di ieri, con cinque elicotteri e la collaborazione di jet che hanno bombardato le strade d’accesso per isolare la zona e impedire l’arrivo di altri nemici, crea uno standard nuovo di collaborazione. Americani e curdi possono sbarcare in territorio dello Stato islamico e liberare settanta prigionieri prima dell’esecuzione – è la dimostrazione che dal punto di vista militare il gruppo di Baghdadi è più fragile di quanto si pensa.

 

Il raid è una prova di forza che cade in un momento in cui Washington chiede al governo di Baghdad di scegliere: contro lo Stato islamico può chiedere aiuto agli americani oppure ai russi, ma non a entrambi allo stesso tempo. Si potrebbe pensare che l’operazione speciale di Hawija è stata fatta con i curdi per non coinvolgere gli iracheni di Baghdad – troppo connessi con iraniani e russi – in realtà i curdi potrebbero essere stati una scelta naturale, perché cooperano da più tempo con gli americani.

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